Benvenuti. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta ne è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio e stabilire se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede definire l'origine di un proverbio o di un aforisma quanto piuttosto risalire alle motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l'uso più o meno frequente.

Della mia passione e delle mie ricerche sull'argomento e non solo su questo, cercherò di scrivere e divagare ringraziando anticipatamente quanti vorranno interagire e offrire spunti per sviluppare il tema col proprio personale e gradito contributo.

I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura

lunedì 24 dicembre 2007




Mo' viene Natale, nun tengo denare, me leggo 'o giurnale e me vaco a curcà!

Natale viene una volta l'anno, chi non ne profitta, tutto a suo danno!

A Natale il giorno cresce un passo di mosca, all'Anno Nuovo un passo di gallo, all'Epifania un salto di cervo!

sabato 15 dicembre 2007

Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei

La parafrasi di proverbi molto conosciuti risponde spesso all'esigenza di mettere in risalto aspetti della realtà molto spesso trascurati, al tentativo di sradicare i pregiudizi più ostinati a morire.
E' il caso della parafrasi del proverbio “Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei”, che nel sito della Comunità fondata da Don Andrea Gallo, Comunità di San Benedetto , diventa:

“Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”

Con motivazioni più o meno pretestuose, con elementi di valutazione più o meno meditati, si tende sempre ad escludere chi si ritiene non conforme alle proprie convinzioni, ai propri interessi, alla propria cultura, spesso incrostata da forti elementi di fondamentalismo più o meno mascherato.
Da escludere e/o da emarginare sono di volta in volta immigrati, nomadi,credenti in altre fedi religiose, che si ritengono, a volte anche con motivazioni non del tutto prive di fondamento, elementi di disturbo sociale. Si dovrebbe almeno cercare di comprendere le esigenze e le motivazioni che hanno indotto masse sempre crescenti di diseredati, rischiando spesso la vita, ad approdare nei nostri lidi, ritenendoli più sicuri, ma che hanno amaramente dovuto sperimentare “quanto sa di sale lo pane altrui”.
Oltre agli emarginati immigrati ci sono anche gli emarginati endogeni, persone che non hanno potuto o voluto affermarsi nel lavoro e nella società, e che vagano come disperati erranti da un marciapiede o da un ponte all'altro, in ricerca di qualche rifugio che possa alleviare il loro triste peregrinare o l'ancora più triste stanziamento in luoghi inospitali.
E proprio “Prete da marciapiede” si è autodefinito Don Andrea Gallo, che non ha mai rinunciato ad essere prete legato ai valori cristiani e cattolici in particolare e neanche al magistero tradizionale esercitato nei luoghi propri per il culto. A chi gli obiettava che il luoghi della religione sono le chiese e non le strade, Don Gallo rispondeva di “avere un piede in Chiesa e uno nella strada”.
Ed anche la strada ed i luoghi più inospitali sono stati i veri luoghi di culto delle personalità più significative, che hanno portato il Cristo a chi al Cristo non poteva o non voleva arrivare:
Madre Teresa di Calcutta, don Oreste Benzi, don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, don Andrea Portas, che hanno percorso strade su strade per portare Cristo ai più emarginati, e, quando è stato possibile, condurre gli emarginati da Cristo.

domenica 25 novembre 2007

I proverbi nella pubblicità

Il rapporto tra proverbi e pubblicità è stato contraddistinto, fin dall'inizio della nascita del primo messaggio pubblicitario, databile, almeno per la lingua italiana, agli inizi del secolo XIX, da un rapporto di conflittualità alternato ad un rapporto di proficua convivenza con reciproci benefici.
Se da un lato gli slogan pubblicitari hanno in parte oscurato, se non l'uso almeno il proliferare di nuovi proverbi, dall'altro la stessa pubblicità ha fatto uso del proverbio manipolandolo spesso, ma non sempre, per le proprie esigenze commerciali, quando non ha creato essa stessa proverbi nuovi. Il rapporto osmotico fra questi due mezzi di comunicazione e di persuasione, anzi, per meglio dire di comunicazione finalizzata alla persuasione, ha prodotto spesso buoni frutti, arricchendo la lingua italiana di neologismi, di modi espressivi, spesso in conflitto con le regole grammaticali, ma che ci hanno restituito una lingua viva e dinamica.
Sotto certi aspetti gli slogan pubblicitari sono i neo-proverbi, poiché, aldilà della promozione del prodotto rimangono impressi in quello che viene definito come immaginario collettivo come messaggi indipendenti da ogni prodotto promosso, ma fedeli soltanto all'ispirazione che li ha generati, alla quale non sono del tutto estranei gli stimoli ed i condizionamenti che hanno favorito la creazione degli stessi proverbi. Slogan indirizzati al grande pubblico, ma che in una certa misura dal grande pubblico influenzati, cosa che in modo analogo è avvenuta per i proverbi, senza, ovviamente nulla togliere ai meriti dei creatori dei messaggi pubblicitari.

Uno dei modi nei quali si manifesta la interattività fra pubblicità e proverbi è la parafrasi:
Un proverbio viene modificato, a volte capovolgendone il significato, per rafforzare un messaggio pubblicitario. Ad esempio il proverbio “Donne al volante, pericolo costante”, denigratorio nei confronti delle donne che guidano, è stato sfruttato per una campagna promozionale di una Società di Assicurazioni Auto “Donne al volante ... premio calante” a sottolineare la maggiore prudenza delle donne alla guida di auto, con conseguente riduzione del premio assicurativo da loro pagato.
“Chi tardi arriva male alloggia” capovolto in “Chi tardi arriva ... risparmia” dalla pubblicità di una società che vende in internet pacchetti vacanze Last minute.

Il testo che utilizzo per corredare di esempi quanto sopra affermato è:
Mario Medici, La parola pubblicitaria, Venezia, Marsilio, 1988, seconda edizione
prima edizione 1986 – Sottotitolo – Due secoli di storia fra slogan, ritmi e wellerismi.

Capitolo – La pubblicità negli elenchi telefonici – paragrafo Gli anni sessanta
pag. 37 “E' meglio star bene in casa ... che belli in piazza”
(Per star bene in casa ... Magazzini Nannucci)

Il modo proverbiale “Anche l'occhio vuole la sua parte” viene adoperato per promuovere un produttore di occhiali:
Occhiali, lenti a contatto delle migliori marche. Nando Valli
paragrafo Le Pagine Gialle pag. 43
Pagine Gialle, Como 1977

a pag. 45
“Non rimandate a domani ciò che potete fare oggi”
Sceglete il corso diurno o serale adatto a voi. Istituto Dardi
Pagine Gialle, Milano, 1978-79

a pag. 46
“Chi cerca trova”
Sofim 80 – Punto d'incontro per acquisti e vendite immobiliari.
Pagine Gialle, Milano, 1983-84

Nella Gazzetta del Popolo, 8 dicembre 1941 un annuncio che si ispira al proverbio “A caval donato non si guarda in bocca”
pag. 93 Capitolo Due secoli di pubblicità. Ottocento, Novecento – paragr Il Novecento:
“Quest'anno il mio regalo lo scelgo io! In genere un regalo è il solito “Cavallo al quale non si deve guardare in bocca”; quest'anno invece al mio cavallo posso guardare tranquillo la dentatura .. compero una cassetta natalizia Martini che contiene sei bottiglie dello squisito spumante e vi troverò inoltre il buono acquisto ...”
Da un proverbio uno slogan:
“Il buon Martini rimpiazza i quattrini”
Cosa avessero poi tanto da festeggiare gli italiani in piena Seconda Guerra Mondiale!

a pag. 98
“Chi sta bene non cambia” - ricorda “Chi cambia la cosa vecchia per la nuova, peggio trova”
Lamarasoio Bic (1976)

a pag. 99
“Ogni uomo è se stesso” (1977)
Ermenegildo zegna. La nostra qualità è proverbiale.

a pag. 104
“Cent'anni da leone”
Ferro China Bisleri (1983)
parafrasi del motto: “Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”
“Motto tracciato da un anonimo soldato durante la guerra 1915-1918 sul muro di una casa abbattuta, presso il Piave”

Capitolo Lo slogan e la sua storia
pag. 120 “Chi beve birra campa cent'anni”
aggiornato poi in Chi beve birra ha sempre vent'anni, su segnalazione presumo di un centenario che
aveva sempre bevuto birra e desiderava continuare a berne.
Nella stessa pagina “Olio d'oliva ... bontà divina”

pag. 122
“A dolce peccato dolcissimo rimedio”
Magnesia S. Pellegrino (1933)

pag. 123
“Dove entra il sole non entra il medico” - Ricorda Una mela al giorno leva il medico di torno.
Aria luce e Fernet Branca. Un sorso di salute... Fernet Branca.
A proposito di Fernet Branca ricordate il neologismo Digestimola?

Capitolo Rime e ritmi. Senso ed emotività.
Pag. 132 “Il successo è bello soprattutto quando è completo”.

Sui modi di dire proverbiali, che collegano con il nome di un santo una data nella quale coincidono ricorrenza di una abitudine con onomastico relativo al santo, due esempi:
“A Milano fare san Michele significa (o significava) traslocare, in quanto tradizionalmente si disdiceva il contratto d'affitto e simili, o ci si spostava, appunto per la data di San Michele (29 settembre).
Altrove, in Italia settentrionale: fare San Martino (11 novembre)” pag. 56 paragr “L'Ottocento”
da qui il proverbio “A San Martino ogni mosto è vino"

domenica 21 ottobre 2007

Ius primae noctis

Paese che vai, usanze che trovi. Non tutti i paesi hanno le medesime usanze e non tutte le usanze trovano accoglienza in tutti i paesi. Il tempo poi modifica le usanze, ma non allo stesso modo in tutti i paesi. Credereste mai che la medievale consuetudine del cosiddetto “ius primae noctis” sia sopravvissuta fino al ventesimo secolo, per giunta cancellando la regola che prevedeva una sola notte a disposizione del padrone per godere delle grazie della sposa e delle disgrazie del malcapitato consorte?
Del luogo dirò solo che si tratta della Sicilia: difficile tentare di scoprire la località o soltanto la provincia se concordiamo con la tesi espressa nell'antologia “Cento Sicilie” curata da Gesualdo Bufalino e Nunzio Zago: difficile distinguere tra cento possibilità. Della fonte dirò solo che si tratta di un sessantacinquenne analfabeta. La data tra le due guerre mondiali.
Il barone, quando la sposa era particolarmente bella e/o avvenente non si accontentava di una sola notte ed Alfio, l'entusiasta consorte della più bella ragazza dell'innominato paese, si rese presto amaramente conto di quanto vero fosse il detto “Chi piglia bellezze piglia corna”. Attese una atroce settimana dal giorno delle nozze e si presentò al castello del barone chiedendo la restituzione della sua dolce sposa. “Quando a Voscienza piacerà” fu suo malgrado costretto a proferire di fronte allo sdegnato rifiuto del barone. A giorni alterni si recava al castello portando una cesta di frutta. “Per il sostegno della mia dolce sposa” replicava alla superba reazione del barone che diceva di non aver bisogno dei doni di un pezzente. Alfio si sottoponeva pazientemente alla meticolosa perquisizione delle guardie del barone, in cerca di armi che potessero offendere il loro padrone.
Questo andirivieni durava da parecchi giorni, tutto il paese rideva, prima alle spalle poi direttamente in faccia ad Alfio, cornuto e contento, accompagnato per tutto il tragitto da insulti, fischi e pernacchie. Aveva anche preso l'abitudine di ringraziare il barone e di baciargli le mani a parole e di fatto. Le guardie avevano smesso di perquisirlo ritenendolo del tutto innocuo.
Alfio riusciva a sopportare le umiliazioni e il dolore per l'assenza della sua amata sposa pensando alla gioia che avrebbe provato nell'averla tutta per se, nella modesta casa che li avrebbe accolti per tutto il tempo che a Dio fosse piaciuto di concedere loro di vivere.
Il barone aveva perso il conto dei giorni, ma non Alfio, che si era anche pesantemente indebitato per onorare l'impegno di cui si era auto-assunto di portare vettovaglie per il sostegno della sua dolce sposa.
Era un giorno come tutti gli altri, il barone godeva, oltre che del piacere carnale di possedere a suo piacimento una bella e giovane ragazza, dell'insana soddisfazione di umiliare il povero contadino, lasciandolo nella incertezza più assoluta in merito alla data del rilascio della sua amata sposa. Come accadeva ad ogni incontro, Alfio si avvicinò al barone dicendo “Bacio le mani a Voscienza” e prendendo fra la sua mano sinistra quella sinistra del barone (non si porge la mano destra ad un inferiore); questa volta invece del consueto baciamani il barone ricevette sul collo la carezza di un “alliccasapuni” (lecca-sapone), cioè della coltellata inferta dal buon Alfio con tutta la rabbia che aveva in corpo e nell'anima. Il buon contadino osservava trionfante l'espressione sgomenta del barone, nella quale l'espressione di stupore era vinta solo dall'espressione di stupidità. In tutta tranquillità Alfio si appropriò dei due fucili da caccia lasciati incustoditi dai fiduciosi e ottusi servi del barone, i quali in quel momento, del tutto inconsapevoli di quanto era accaduto, erano immersi in una partita a briscola con contorno di cacio e vino.
In compagnia dell'amata sposa e dei due fucili il valoroso picciotto attraversò il paese sotto gli sguardi ammirati dei compaesani; non più frizzi e lazzi al suo passaggio, non più la “injuria” di “Affiu 'u babbu” , Alfio l'incapace, ripetuta con accanita monotonia, ma sguardi di ammirazione e grida di “Viva Affiu 'u spertu”, viva Alfio l'astuto, accompagnarono il glorioso cammino dei due sposi verso l'agognato talamo nuziale.
In quale momento il mite Alfio decise il suo piano non ci è dato sapere.
Scartata subito l'ipotesi di rivolgersi all'autorità costituita, costituita appunto a sostegno della classe dominante, non rimaneva che, in assenza di giustizia, farsi giustizia da se.
Io sono convinto che già al primo baciamani l'avesse già deciso, ricordando l'antico proverbio che usava ripetere suo nonno:
“Vasa 'dda manu ca vo' tagghiata” - Bacia quella mano che vuoi che sia tagliata.
Dove non puoi arrivare con la forza, adopera l'astuzia, la simulazione e la dissimulazione.
E c'è qualcuno che è convinto che i proverbi siano tutti stupidi ed inutili.

domenica 7 ottobre 2007

Distinguo: Tra o fra?

Alla sempre più marcata omologazione di comportamenti e di ideali o presunti tali non si sottrae nemmeno la grammatica italiana. In nome di una pretesa semplificazione e di una pretenziosa ricerca di ottimizzazione, anche della risorsa lingua, vanno scomparendo quei distinguo che per tanti secoli ci hanno donato quella lingua letteraria ed orale tanto ricca di significati e di sfumature.
Pur permanendo nel dialetto-lingua toscano, codesto, ad esempio, non viene mai, o quasi mai, adoperato nella lingua scritta e parlata. Un libro ubicato vicino a chi ascoltava veniva preceduto da codesto, nella lingua figurata un'aspirazione, un'idea, un ideale appartenente a chi ascoltava, veniva accompagnato da codesto, come a sottolineare una estraneità, una presa di distanza; ad esempio “codesto tuo comunismo” o “codesto tuo fascismo”, riferiti ad interlocutori portatori di idee antagoniste alle proprie.

Le particelle “tra” e “fra” non sono sfuggite a tale nefasta omologazione. Ci si preoccupa solamente di evitare cacofonie del tipo “fra frati”, lasciando piena discrezione all'utente di usare l'una o l'altra particella.
Il linguista Aldo Gabrielli, compianto valente lessicografo, glottologo e letterato, bocciava come saccente pedanteria la pretesa di attribuire alle due particelle particolari significati, addirittura opposti.
Ho richiesto una consulenza in merito all'Accademia della Crusca, che pur rispondendomi cortesemente, non ha ritenuto la questione meritevole di essere trattata nel loro sito, dando ragione alla tesi del Gabrielli.
Eppure l'eccellente linguista Leo Pestelli in Parlare italiano, aveva sottolineato la ricchezza di sfumature che giustificava un uso corretto e ben differenziato delle due particelle.
Cerco di riassumere a memoria:
Fra deriva da infra,
tra da inter;
fra indica vicinanza, di luogo, nel tempo, comunanza di affetti,
tra indica lontananza, nel tempo e nello spazio, discordanza.
Si dirà quindi “Ci vediamo fra due ore”
“Tra moglie e marito non mettere il dito”
“Fra me e te sta nascendo un profondo sentimento”

Addirittura, senza aggiungere altro, si possono esprimere molto brevemente anche sentimenti profondi:
“Fra noi” fa intuire una forte comunanza di sentimenti e/o di interessi
“Tra noi” proprio il contrario.

Le due particelle si possono altresì utilizzare in modo criptato:
“Ci vediamo fra due ore” si può utilizzare quando si ha veramente volontà di rivedersi presto.
“Ci vediamo tra due ore” quando non si ha alcuna voglia o possibilità di rivedersi, e quindi le due ore possono diventare settimane o mesi, o addirittura mai.

Propendo nettamente per la tesi del Pestelli che mi piace riassumere con la parafrasi del proverbio:
“Questo o quello per me pari sono”
“Tra o fra per me pari non sono”

A proposito di grammatica mi viene in mente che se esiste una grammatica dei numeri (1), difficilmente può esistere una Matematica della grammatica; non sempre è infatti possibile applicare alla grammatica la proprietà commutativa, che nel caso della grammatica potrebbe così essere enunciata:
“Cambiando l'ordine fra sostantivo ed aggettivo il significato non cambia”

Come ha fatto notare un altro valente linguista, Cesare Marchi, non sempre

“Una buona donna” è “Una donna buona”

così come

“La Buona Società” raramente è “Una società buona”



(1) Giuliano Spirito, Grammatica dei numeri, Roma, Editori Riuniti, 1997

venerdì 5 ottobre 2007

Parola d'ordine

Se facessimo riferimento soltanto ai proverbi nuovi di conio dovremmo concludere che stiamo assistendo all'eclissi se non alla totale e irreversibile estinzione degli stessi proverbi.
Nondimeno attraverso la pubblicità, le canzoni, il cinema e la letteratura vengono continuamente e copiosamente proposti, quasi sempre modificati, vecchi proverbi con significati nuovi.

Scherza coi fanti e lascia stare i santi

è stato riproposto da Dan Brown in Angeli e demoni:

Scherza coi santi e lascia stare i quanti

allo scopo di mettere in risalto come al culto dei santi si stia sempre di più sostituendo il culto della scienza.

Dal bolscevico “Chi non lavora non mangia”
Adriano Celentano ha tratto: “Chi non lavora non fa l'amore”.

“Chi si contenta gode”in Sergio Endrigo “Perché non dormi fratello” diventa: “Chi si contenta muore”
“Ogni regola ha la sua eccezione”
viene trasformato da A.C.D. Attraverso il suo S.H. in
“L'eccezione stravolge la regola”
dalla cantantessa Carmen Consoli in
“L'eccezione insidia la regola”
da Ennio Flaiano viene addirittura capovolto in
“Ogni eccezione ha la sua regola”
che ricorda la battuta del celebre Totò:
“Ogni limite ha la sua pazienza”parafrasi di
“Ogni pazienza ha un limite”.
La pubblicità sfrutta:
“Donna al volante, pericolo costante”
“Donna al volante, ... premio calante”
a sottolineare la minore incidenza degli incidenti causati dalle donne rispetto agli uomini.
Il solito irriducibile misogino obietterebbe che ciò accade perché le donne, che ne sanno una più del diavolo, riescono, più che diabolicamente, a trasferire le loro colpe sempre sugli uomini, e che quindi solo quando un incidente coinvolge due autisti donne, non possono evitare che la responsabilità venga loro attribuita.
Meno cervelloticamente ritengo che dipenda invece dal minor uso dell'auto da parte delle donne (non intendo dal numero di donne che guidano, ma dal minor numero di Km percorsi).

In concomitanza allo stravolgimento dei proverbi per adeguarli a nuovi scopi si sono altresì affermate nuove forme di conunicazione e di persuasione più o meno occulta:

Lo slogan

e le cosiddette parole d'ordine.

Durante la disputa tra neutralisti e interventisti, i socialisti italiani, nel tentativo di salvare almeno la faccia, coniarono il celebre:
“Né aderire, né sabotare”
Il fascismo trionfante:
“Credere! Obbedire! Combattere!
Proprio il fascismo utilizzò ampiamente l'uso delle parole d'ordine nelle “adunate oceaniche”, attraverso la radio, e soprattutto con le scritte sugli edifici:
“Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”
“Molti nemici, molto onore”
“L'aratro traccia il solco, la spada lo difende”
“Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi”

All'ingresso del campo di sterminio di Auschwitz campeggiava:
“Arbeit macht frei” - Il lavoro rende liberi
Nei cortei sessantottini si urlava:
“Lotta dura, senza paura!”
I postfascisti hanno coniato:
“Nè restaurare, né rinnegare”
che fa da pendant
al motto dei socialisti italiani.

I liberisti ammoniscono:
“Più mercato, meno Stato”
Comunione e Liberazione invoca:
“Più società, meno Stato”
Da più parti si plaude all'estinzione, o alla riduzione ai minimi termini, dello Stato.
Gli anarchici esultino.
Poco plausibile appare la duplice presenza di Stato e Società:
Più Stato (pur nelle sue articolazioni) e più Società.
o Più Società nello Stato.
Proporre oggi: Più Stato, più Società, più Credito e Commercio equo e solidale
sarebbe pura e semplice eresia, oltre che utopia.
Ebbene lo confesso: sono eretico ed utopista.

Se attribuiamo ai proverbi la funzione prescrittiva di comportamenti, di norme morali e civili da rispettare, ci rendiamo conto che il loro declino dipende semplicemente dal fatto che oggi esistono strumenti che li hanno soppiantati, come i mezzi di comunicazione di massa, che a volte li ripropongono per puro divertimento o per piegarli a nuovi obiettivi più o meno edificanti.

sabato 8 settembre 2007

Stesso viaggio, umori diversi

Un viaggio tra due medesime destinazioni non è mai lo stesso viaggio. Avvengono modificazioni più o meno consistenti nei luoghi di partenza e di arrivo, lungo lo stesso tragitto, nei mezzi di trasporto, e soprattutto in chi compie il viaggio.
Il 30 giugno del 1970 salgo su un DC9 che da Catania conduce a Palermo, l'abitacolo è stracolmo di passeggeri, individuo, disinvolto tra gli altri passeggeri, l'arbitro Concetto Lo Bello, in un quarto d'ora circa atterriamo all'aeroporto di Palermo-Punta Raisi, non ancora Falcone-Borsellino. Dopo un'attesa di circa mezz'ora salgo sul piccolo Fokker da 58 posti che mi condurrà a Cagliari-Elmas, ancor oggi Cagliari-Elmas (beata quella terra che non ha bisogno di eroi).
Dal 1970 al 1972 si susseguono numerosi viaggi, ma, a differenza del primo, di sola andata, tutti di andata e ritorno, con Cagliari vera meta. Cambiano anche i mezzi di trasporto, cambia poco il mio aspetto fisico, molto il mio stato d'animo.
Nei viaggi tramite treno e nave cerco di trarre il massimo profitto dal tempo a disposizione per osservare i paesaggi attraversati; quasi sempre comunque andata in aereo e ritorno treno-nave; il treno è lentissimo, poco comodo, ma non ne risento in misura apprezzabile, alterno lettura a visione del paesaggio o ad ascoltare i discorsi dei miei co-viaggiatori. Verso Enna sale un signore dall'aspetto di contadino, confermato dal discorso allacciato con un'anziana signora: il tema è l'attaccamento alla famiglia, la fedeltà e l'onore, "amo la famiglia più della mia stessa vita, ma se mia moglie mi tradisce ammazzo lei e il suo amante". Lodevoli propositi di vita e di morte.
In nave da Palermo verso Cagliari inseguo e conseguo il massimo delle comodità, viaggio in prima classe, cabina con bagno e doccia, ristorante in prima classe: vanità di gioventù e gusto di spendere i primi guadagni senza badare a spese. Non risento minimamente del fatto di viaggiare solo, sono e mi sento giovane e libero, potrò riempire in futuro quella che non vivo come condizione di solitudine ma di privilegio.
Dal 1973 i viaggi si diradano alquanto, raramente superano un viaggio per ogni anno, comincia ad apparire un senso di noia, prendo sempre la cabina di prima classe, ma ceno nel self-service di seconda, non per motivi di economia ma perché non provo più il gusto del dorato isolamento.
Anno 1976: cambiamento provvisorio di itinerario e definitivo cambiamento di stato civile; in direzione di Civitavecchia, non più solo, non più annoiato, con la consapevolezza di aver compiuto un passo decisivo, ma anche con una allegra leggerezza nel cuore e nella mente: non per niente viene chiamata luna di miele.
1977: ritorno alla consueta rotta, sempre in due.
1978: nasce Manuel, niente viaggio.
Dal 1979 al 1981 tre viaggi con la sempre più entusiastica e contagiosa partecipazione del nuovo acquisto.
1982: nasce Fabrizio, niente viaggio.
Dal 1983 un viaggio all'anno con qualche variazione di rotta: un Cagliari-Genova, Gardaland, Venezia, discesa in Toscana, ritorno con mare burrascoso Livorno-Olbia, per il resto sempre Sicilia, Valle dei Templi, Piazza Armerina, Taormina, Arancini Granite Cannoli e Cassate.
Penultimo viaggio insieme in nave, 1991:
In partenza da Cagliari verso Palermo siamo in quattro, sempre in prima classe e con bagno e doccia in cabina, l'auto al seguito, una moglie e due figli entusiasti. Entusiasti di viaggiare ancora una volta in nave, entusiasti della simpatia e della cortesia del personale napoletano (beata incoscienza dell'infanzia), entusiasti della mensa e del cibo. Dopo cena i ragazzini scorrazzano per la nave sotto la magistrale guida di Manuel, con un pizzico di apprensione ne attendiamo il ritorno in cabina, sentiamo i loro passi veloci avvicinarsi, le loro smaglianti risate e poi il loro allegro bussare alla porta. La loro contentezza prosgue anche nei letti a castello, non prendono sonno presto perché vogliono godersi ogni attimo del viaggio, si guardano e ci guardano con espressione di incontenuta felicità.
Anno 2007: i ragazzi divenuti adulti e mia moglie rimangono a Cagliari, io prendo la nave per Palermo da solo, forse è la stessa nave degli anni 80 ristrutturata, la cabina a due letti con uso esclusivo con bagno senza doccia, non sono molto allegro per via del motivo del viaggio, la famiglia è unita come è sempre stata, viaggio da solo per motivi di salute nella famiglia d'origine, non dormo e sento la disperata mancanza dei passi veloci nel corridoio, delle smaglianti risate e dell'allegro bussare alla porta, degli sguardi di astuta complicità.

domenica 5 agosto 2007

Servi e Padroni

Si obietta spesso a chi fa uso di proverbi che essi, nella quasi totalità, fanno parte di un mondo ormai estinto o in via di estinzione , e che quindi il loro uso è relegato unicamente al puro e semplice divertimento o a sottolineare come la società si sia alquanto evoluta, abbia ridotto, se non eliminato, odiose discriminazioni sociali, razziali e sessuali, ed il futuro riserva migliori condizioni materiali e morali per tutti, o quasi.
Alcune parole ci appaiono anacronistiche, logorate dall'usura del tempo, dalle magnifiche sorti progressive che ne hanno determinato l'eclissi, se non il definitivo oblio. E' il caso della dicotomia servi-padroni, oggi sostituita dalla assai meno stridente coppia imprenditori-forza lavoro.
Ma a considerare la Storia come continuo, inarrestabile progresso verso condizioni migliori di vita, di lavoro, di sempre più armonici rapporti interpersonali e fra le classi, si corre seriamente il rischio di non rendersi conto che spesso risultati considerati fermamente e stabilmente acquisiti vengono messi a repentaglio da modificazioni nei rapporti tra il mondo del lavoro, della finanza, dalla sempre più accentuata interdipendenza dei mercati mondiali; tutti aspetti che aprono a nuove possibilità di lavoro e di intrapresa, ma che rendono estremamente precario ciò che prima era, o sembrava, relativamente stabile.
Questo senso di angosciosa precarietà caratterizza le condizioni dei lavoratori, dei sottoccupati e dei disoccupati, e fa rimpiangere, paradossalmente, a non pochi, il tempo in cui esistevano servi e padroni, in un rapporto di umiliante subalternità dei primi ai secondi, ma con l'assenza di quella condizione-sensazione di precarietà che caratterizza il presente e l'attesa del futuro non solo dei giovani ma anche di chi ha un lavoro a tempo indeterminato ma non per questo meno precario, in special modo dei quarantenni e dei cinquantenni, che hanno il terrore di perdere il lavoro per non più ritrovarlo.
Non sembri assurdo il rischio di ritornare alle aste al ribasso per ottenere un lavoro temporaneo, come accadeva all'inizio del Novecento.
Stiamo quindi attenti a non regredire ad una condizione di assenza di diritti, paragonabile alle condizioni vigenti in quella semi-arcaica società che sarebbe davvero paradossale dover rimpiangere.

- Al servo pazienza, al padrone prudenza (Malavoglia VI, 71) (1)

- Bisogna essere ubbidienti ai padroni in tutto e per tutto
- I padroni hanno sempre ragione anche quando hanno torto (Enrico Pea) (2)

- Quel che fa il padrone è ben fatto (Salvatore Satta) (3)

- Tutto ciò che il padrone fa è ben fatto (Federico De Roberto) (4)

- Più diminuiscono i padroni e più aumentano i cani (Ennio Flaiano) (5)

- Tutto quello che fa il padrone lo fa sempre il padrone (Gavino Ledda) (6)
- Si deve ubbidire a chi ti dà il pane: come il cane al padrone (7)
- L'emigrazione è dovuta alla miseria e alla cattiveria dei padroni (8)

- L'asino bisogna attaccarlo dove vuole il padrone (L. Sciascia) (9)

- Lo sceneggiatore è un tale che attacca il padrone dove vuole l'asino (10)

(1) capitolo 1 dei Malavoglia proverbio 71 in ordine di apparizione.
(2) Enrico Pea, Il Trenino dei sassi, Firenze Vallecchi, 1976, pag.101
prima edizione 1940 racconto "Le servette di Santa Zita.
Questi due proverbi sono la raccomandazione di una madre alla figlia che viene
assunta come servetta da un signore che vive solo; la figliola ubbidisce
alla mamma fino a rimanerne incinta: bontà del suo padrone che la sposa,
da qui un proverbio: L'obbedienza al padrone dà sempre buoni
frutti

(3) Salvatore Satta, La veranda, Milano, Adelphi, 1981 - pag.36
prima edizione 1928-1930
(4) Federico De Roberto, I Vicerè, Milano, Rizzoli, 1998 - pag.379
prima edizione 1894 - parte seconda - capitolo 5
(5) Ennio Flaiano, Frasario essenziale Milano, Bompiani, 1986 - pag. 108
(6) Gavino Ledda, Padre padrone - pag. 161
(7) idem
(8) Gavino Ledda, Lingua di falce - pag. 17
(9) Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta
(10) Ennio Flaiano, Frasario essenziale - pag.54
capitolo "Sparse 1951-1972/1970"

domenica 1 luglio 2007

Beati gli ultimi se i primi son discreti

BEATI GLI ULTIMI SE I PRIMI SON DISCRETI
(L'ospitalità In Sardegna e in altre parti del mondo - di Arnaldo Cuccu)

Si, se la visita è breve sono graditi gli ospiti. Con loro si può certo dialogare. Ascoltare e parlare come si deve. Con rispetto, dandosi del tu, naturalmente. E' l' ascoltare
gli altri ciò che si deve fare purchè ogni parola che nasce dalla mente abbia un concetto giusto, un consiglio di come ci si deve comportare. Non si sia litigiosi, infingardi. Persone pigre o svogliate. Coloro che, da ogni fatica rifugge. I neghittosi, gli ignavi non li apprezzo. No, non amo gli indolenti. I simulatori, i bugiardi. Son questi i personaggi dell'umana commedia. Carlo Goldoni ce li descrisse metttendoli in berlina. Che non è certo l'automobile dotata di carrozzeria chiusa che s'usa solamente per mostrarla al pubblico presente nei raduni nazionali quando sui muri dell'intera città appaion manifesti, locandine. Se si hanno, in mente queste cose, apparirà magicamente un giardino ove le rose avranno la bellezza e l'incanto che non dovrà, mai, finire. E all'imbrunire, quando s'inoltrerà la sera, vi apparterrà la gioia d'aver trascorso qualche ora insieme per ricordare quanto si è vissuto precedentemente. E' magnifico il sostare, sapere d'essere tra amici, bere o mangiare alla stessa mensa. Se son discreti gli amici che tu hai terranno anche il segreto loro confidato senza che lo si propali ai quattro venti. Ricordi "Il barbiere di Siviglia"? La calunnia, diveva, è un venticello che, talvolta, divien così potente che lo si può paragonare a una tempesta. E, se la notte sopraggiunge, ci si saluta con una stretta di mano ed un abbraccio. Ci si augura la buonanotte ed ognuno se ne va via augurandosi di ritrovarsi tutti in compagnia. Dopo una notte silenziosa, quieta ove i sogni sono stati insieme a te, del tutto riposato quando l'alba e le prime luci appariranno e ti sarai destato affronti il giorno con maggior vigore e non avrai, t'assicuro, il timore d'aver perso qualcosa. Anzi ti parrà d'avere guadagnato un momento di serenità che pian piano condurrà un'ora dopo l'altra ad affrontare un viaggio attraverso il quale immagini e colori del tutto nuovi ti diranno. su, fatti coraggio che tutto andrà benone. E dopo i primi amici, che hai ospitato nella tua abitazione, starai bene anche coi secondi. E' così. Non si può negare.

Bandiera vecchia, onor di capitano

BANDIERA VECCHIA ONOR DI CAPITANO
(diapositive, immagini d'un uomo che ama la compagnia, il mare, la poesia - di Arnaldo Cuccu)

Il sole era appena tramontato. Il cielo diveniva grigio e l'uomo se ne stava in panciolle con il mano un bicchiere d'acqua fresca con poche gocce di limene. Era una soddisfazione il vederlo mentre stava sintonizzando la propria radiolina per ascoltare un programma di canzoni. Erano altri i padroni, lui non era altro che un servo molto prima d'oggi. Si ricordava dei bei tempi andati e di quando conobbe loretta Goggi. Quello che indossava era un pigiama a righe gialle e blu. Si ricordava quando in gioventù sognava d'essere il nipotino del corsaro nero e ad essere sincero tartagliava un poco quando spirava il vento di levante. Viaggiare gli piaceva e s'imbarcò su una petroliera quella sera di cent'anni fa. Era secco come un baccalà e dopo aver fumato una sigaretta come d'abitudine aprì un libro dalle pagine intonse. Lo fece con il tagliacarte che aveva tolto dal cassetto della scrivania. Lesse e quella poesia gli apparve subito, all'istante. Oh si! Tutte le parole scritte che aveva lette chissà quant'altre volte, le sembrarono nuove. Provò così una struggente nostalgia che non vi dico ma voi potete bene immaginare. Vide il mare, i gabbiani, udì il vento che accarezzava dolcemente le vele e gli piacque il tutto. Aperse poi il cassetto e, con grande meraviglia, ritrovò quella vecchia bandiera che credeva fosse andata persa. Canticchiò l'inno di Mameli. Aperse un albo di fotografie e vide i suoi compagni che gli tendevano la mano per salutarlo e poterlo ringraziare per averli salvati quando era il momento di dimostrare che si aveva coraggio nel compiere il dovere. Anche a costo della propria vita dato che era stato l'ultimo tra tutti quanti i componenti del suo gruppo. Eppe un groppo alla gola ma la felicità la si vedeva bene dai suoi occhi cerulei. O voi che state qui a leggere quanto sto scrivendo rammentatevi bene: bandiera vecchia onor di capitano. Non andrò lontano. Rimarrò con voi e tra di voi per parlare, comporre e scrivere solo di poesia come è giusto ch'io faccia

Bacco, Tabacco e Venere ...

BACCO, TABACCO e VENERE
(Racconto breve scritto da Arnaldo Cuccu)

Non vi era alcun dubbio che prima o poi dovesse accadere. Si, era un brav'uomo quel vecchio! Tutti lo conoscevano in paese. Non ricordo quale nome avesse ma era dedito alle scommesse e frequentava molti amici. Che poi fossero veramente amici non scommetteci. Perdereste quel poco che vi è rimasto. Quand'era a scuola tutti ritenevano che fosse il migliore dell'intera classe. Se interrogato dall'insegnante, di una qualsiasi materia, sapeva rispondere a modo alle molte domanche che gli ponevano i professori. In matematica, poi, era un genio. Tanto che i compagni lo chiamavano addirittura Einstein. E in fisica,"la scienza che indaga i fenomeni naturali, le leggi della materia, del tempo e del movimento, con metodi sperimentali ed elaborazioni matematiche, al fine di formulare un sistema di leggi che ne permettano una conoscenza razionale e la più esatta possibile", come direbbe l'enciclopedia, era addirittura un mostro!!! Era d'un'intelligenza fenomenale. Dopo l'asilo le medie, le professionali, l'università. Laureato con il centodieci e lode era stato assunto da una ditta costruttrice di personal computer. Ma, come stavo dicendo, frequentava un po' troppo certi amici che ti raccomando!!! Pur essendo ammogliato e pur avendo una nidiata di figli si era lasciato prendere dal vizio del bere. E si recava, ogni sera, a tracannare senza alcuna posa bicchieri di birra congelata appena tolta dal frigo. Ed erano innumerevoli. E gli amici, quegli scrocconi che non ti dico, ne approffittavano abbondantemente. Fumava decine di pacchetti di sigaretti ogni santo giorno. Abbandonata la moglie ed i figli se ne andava gironzolando senza meta per le strade la notte quasi questuando un poco d'amore. Naturalmente a pagamento, il poveraccio! Che strazio, faceva pena a guardarlo. Fu addirittura testimone d'una rissa partecipandovi con il coltello e con questo, si scrisse su tutti i giornali, aveva ucciso. Era stato arrestato e privato di tutto quel poco che ancora gli rimaneva. E tutto questo fu a causa dei cosiddetti amici che non erano, di certo, tali.

venerdì 29 giugno 2007

Indissolubile corbelleria

Indissolubile corbelleria
così viene definito il matrimonio da Carlo Dossi, La desinenza in A, 1878.
Non ancora soddisfatto rincara la dose:
da Scena Settima - Il testamento del signor zio
"... per quanto cupa una vita, rado è che non abbia due luminosi momenti, come appunto succede nel matrimonio, cioé l'entrata e l'uscita"
Continuando dalla Desinenza in A.

Il medico e il prete
Que' lugubri figuri, che, vivendo di morte, han di cordoglio il solo vestito.

In reverendi panni stultizia

Prete: Il turba coscienze
PRETI
Troppo servi di Dio per avanzargli tempo di servire agli uomini.
Medico: Guasta corpi.

Amore: Tossicoso miele.
Fonte di maggior rovina che non la fame e la peste.

Genealogia:
Raffinatissima scienza nella quale i nipoti generano i nonni.


Definizione di talento in Arthur Conan Doyle:
Il talento è l'infinita capacità di darsi pena.

da Giorgio Bocca, Metropolis, Milano, Mondadori, 1993, pag. 44
Piattaforma sindacale:
Una particolare proposta per lavorare di meno e guadagnare di più.
pag. 110 Politica: Una passione condita con le tangenti.

da Thomas L. Friedman, Le radici del futuro, Milano, Mondadori, 2000
Demagogia:
La demagogia è quella condizione nella quale tutto viene affrontato,
ma niente viene risolto.

da Venerio Cattani, Rappresaglia, Venezia, Marsilio, 1997
capitolo Vittime dell'epurazione staraciana - pag. 103
Mussolini:
Giacinto Menotti Serrati in un articolo del 1919 sull'Avanti:
Mussolini è un coniglio, un coniglio fenomeno: rugge.
La gente che lo vede ma non lo conosce, lo piglia per un leone.

Chi dice donna, dice ...

L'aspetto più appariscente e più ricorrente nei proverbi sulla donna è la denigrazione: ciò vale per tutti i modi in cui i proverbi vengono presentati, dalla viva voce del popolo, alla letteratura, alle raccolte di proverbi.
Dal brevissimo:

Donna, danno

a

Chi dice donna, dice danno

al peggiore di tutti:

Chi dice donna, dice ...
poiché al posto dei puntini si possono inserire tutte le contumelie possibili.

Tentare di spiegare questo accanimento nei confronti delle donne ricorrendo alla ragione, secondo me, sarebbe impresa ardua. Forse la spiegazione più convincente la possiamo dedurre dall'apologo della volpe e dell'uva; non potendo raggiungere l'obiettivo desiderato gli uomini cercano di disprezzarlo.

La donna è mobile qual piuma al vento
muta d'accento e di pensier

Persino nel Rigoletto di Verdi viene disprezzata.
E che dire dell'Amleto:

Fragilità, il tuo nome è donna

Nei Malavoglia di Verga:

Le donne hanno il cuore piccino (capitolo I, 12)

A donna alla finestra non far festa (capitolo II, 23 e 25)

Coi capelli lunghi e il cervello corto (IV, 51)
Questo proverbio è pronunciato da una donna: Donna Rosolina.

Allora la donna è fedele ad uno, quando il turco si fa cristiano
(VI, 70)

Le donne hanno i capelli lunghi ed il giudizio corto (VI, 76)

Lo Zio Crocifisso crocifigge per ben tre volte le donne:

Le donne sono al mondo per farci dannare l'anima (XIII, 184

Chi corre dietro alle donne cerca i guai con la lanterna
(XIII, 185)

Le donne sono messe al mondo per castigo dei nostri peccati
(XV, 205) - Ultimo proverbio dei Malavoglia.

Nel Bell'Antonio di Vitaliano Brancati:

Le donne con una mano ti accarezzano, con l'altra contano
il proverbio è riferito a Barbara Publisi, fidanzata e poi moglie del protagonista.
La stessa cretura angelica dorme seraficamente accanto ad "un messale nereggiava sul comodino come una rivoltella", la religione viene qui presentata come un'arma d'offesa, con la benedizione di Santa Romana Chiesa.

giovedì 28 giugno 2007

Quant'è laria la me zita

Alla categoria delle canzonette salaci appartengono i conosciutissimi Stornelli romani i meno conosciuti ma altrettanto salaci trallallero sardi e i canti licenziosi siciliani, come ad esempio E' la luna 'mmezzu mari.

Vi propongo per adesso Quant'è laria la me zita.

Quant'è laria la me zita Quant'è brutta la mia fidanzata
malanova da so vita maledetta sia la sua vita
ah laria è, cchiu laria d'idda nun ci 'nn'è! nessuna è più brutta di lei!

Havi la panza ca pari 'na vutti Ha la pancia che sembra una botte
quannu camina fa ridiri a tutti quando cammina fa ridere tutti
ah laria è ...

Havi li iammi a cucciddatu Ha le gambe arcuate
quannu camina s'abbia di latu quando cammina si butta di lato
ah laria è ...

Havi lu nasu comu un pagghiaru Ha il naso come un pagliaio
quannu chiovi mi ci riparu quando piove mi ci riparo
ah laria è ...

Havi l'occhi a doppiu usu, Ha gli occhi a doppio uso,
unu apertu e l'autru chiusu uno aperto e l'altro chiuso
ah laria è ...

Havi li pedi a piripò, Ha i piedi a piripò, (intraducibile)
quannu camina fa si e no quando cammina fa si e no
ah laria è ...

Havi la vucca nicaredda, Ha la bocca piccolina,
quannu la grapi ci sta 'na guastedda quando la apre diventa enorme
ah laria è ...

Havi la facci di tavulazzu, Ha la faccia dura come il tavolaccio,
sutta lu nasu ci spunta 'u mustazzu sotto il naso le spuntano i baffi
ah laria è ...

Ma di picciuli n'havi assai, Ma di soldi ne ha molti,
ca cummogghiunu tutti li vai che coprono tutti i guai
ah bedda è, cchiù bedda d'idda nun ci 'nn'è nessuna è più bella di lei

Ma iu preju la Maronna Ma io prego la Madonna
d'accuzzarici li jorna di farla morire al più presto
ah laria è ...

Nonostante il contenuto scherzoso questa composizione si presta ugualmente ad alcune considerazioni:
Secondo il senso comune sono le donne che considerano il matrimonio come un mezzo per sistemarsi sposando un uomo se non ricco, almeno benestante; questo avveniva in special modo, o si riteneva che avvenisse, nelle società come quella meridionale, nella quale la situazione economica della donna era quasi sempre indissolubilmente legata a quella di un uomo.
Qui è invece l'uomo che sposa una donna oltremodo brutta per motivi di interesse; questa situazione fa venire in mente il film Divorzio all'italiana di Pietro Germi, nel quale il marito si libera della moglie, che non sopportava più, ricorrendo astutamente al cosiddetto Delitto d'onore.
Per Par condicio si sarebbe dovuta comporre una canzone in cui venisse messa alla berlina la bruttezza del fidanzato, invece paradossalmente è stata composta la canzone Quant'è beddu mastru Vitu.
La parità dei sessi, almeno nelle canzoni dialettali popolari, è ben lontana dall'essere raggiunta.

Introduzione alle canzoni dialettali

Le canzoni dialettali forse non sono inferiori come numero a quelle in lingua italiana, la loro diffusione è però spesso limitata dal ridotto numero dei potenziali acquirenti e intenditori. Fanno però eccezione le canzoni in vernacolo che hanno auto diffusione nazionale e qualche volta internazionale, sia nella versione originale, che in quella tradotta. Una per tutte O Sole mio!.
Ho preferito suddividere, almeno come prima presentazione, le canzoni per temi, anziché per dialetto.

Canzonette salaci
Canzoni d'amore
Canzoni del dolore
Canzoni di tema sociale.

Qualche volta la stessa canzone sarà citata in più di un indice perché coinvolge più temi. di cui uno può essere prevalente o entrambi avere la stessa importanza.

martedì 26 giugno 2007

25 aprile: "La pietà non cancella le responsabilità"

L'espressione del titolo è stata detta da Sergio Cofferati in occasione di una celebrazione del 25 aprile di alcuni anni fa, quando si erano fatti assai pressanti i tentativi di ricerca di una Storia d'Italia condivisa, sostenendo la piena legittimità d'appartenenza ai due gruppi contrapposti di Partigiani ed aderenti alla Repubblica Sociale Italiana. Si è sostenuto che non vi possono essere discriminazioni fra i morti dell'uno e dell'altro fronte, poiché entrambi hanno combattuto per la Patria, ed entrambi debbono essere onorati e ricordati.
I libri poi di Giampaolo Pansa sui crimini commessi dai Partigiani comunisti hanno cercato in qualche modo di insinuare l'idea che i rossi combattessero non per la libertà ma per consegnare l'Italia all'URSS, nonostante ad Yalta si fossero già ben delineate le sfere d'influenza e la nostra nazione appartenesse al blocco degli Alleati Occidentali.
I combattenti partigiani, a prescindere dalle loro convinzioni e dal loro stato d'animo, combattevano, che ne fossero o no consapevoli, per agevolare la liberazione dell'Italia dal nemico nazista invasore, da parte degli eserciti Alleati, statunitensi in testa; quindi combattevano per la propria libertà, ottenuta attraverso il decisivo concorso delle forze Alleate, mentre l'Armata Rossa era impegnata in altri fronti, dall'Italia assai lontani.
Gli aderenti alla RSI, comprese le Brigate Nere e le famigerate SS Italiane (quest'ultime composte da circa ventimila unità) combattevano, a prescindere dalla loro consapevolezza, per agevolare l'aggressione dell'invasore tedesco dei nostri territori, dei quali si era annesso quasi tutto il Triveneto, quindi combattevano contro la propria Patria, per un malinteso e grottesco senso dell'onore nei confronti del vecchio alleato, che di onore e di rispetto aveva ampiamente dimostrato che non facesse parte della propria concezione della vita, interamente basata sul disprezzo della dignità umana e della libertà dei popoli.
Quindi senza una esplicita ammissione di aver combattuto, seppure inconsapevolmente, per oltraggiare la Patria e non per onorarla, non può esistere alcuna Storia condivisa, poiché come bene ha detto Cofferati, la pietà doverosa per i morti non può cancellare le atroci responsabilità e corresponsabilità di cui si sono macchiati tanti italiani morendo gridando il nome della Patria da loro stessi oltraggiata.

sabato 23 giugno 2007

Don Milani: L'obbedienza non è più una virtù.

Ricorre il 26 giugno il quarantesimo anniversario della morte di Don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana
L’obbedienza non è una virtù è il titolo della Risposta ai cappellani militari che avevano pubblicamente definito “la cosiddetta “obiezione di coscienza” come espressione di viltà, insulto alla patria ed ai suoi caduti ed estranea al comandamento cristiano dell’amore”.
Don Milani critica la suddivisione degli uomini in italiani e stranieri e rivendica il diritto di “dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro”.
Tutta la non lunga, ma intensa, vita di Don Milani fu interamente dedicata al sostegno della prima categoria, attraverso la strenua lotta contro le discriminazioni di classe, sorretta dalla consapevolezza che l’ignoranza fosse il principale nemico delle classi povere. Quindi l’istruzione come principale mezzo per uscire da una situazione di umiliante subalternità culturale e sociale.
In questo contesto l’obbedienza ai poteri costituiti non viene più considerata una virtù perché la storia passata e contemporanea era stata interamente caratterizzata da convinzioni e comportamenti che avevano recato offesa, e ancora arrecavano offesa, a Dio, violando i principi di amore e solidarietà che sono alla base del Cristianesimo.
Obbedire sempre a Dio, ma a Cesare soltanto quando non entra in rotta di collisione con il volere di Dio. Quindi gli obiettori di coscienza sono considerati da don Lorenzo non dei vigliacchi ma degli uomini totalmente coerenti ai principi cristiani, per l’osservanza dei quali pagano il duro prezzo del disprezzo e della prigionia.
Gli esempi di scellerata dedizione a Cesare, contro la volontà di Dio sono assai numerosi in questa risposta, ne ricorderò soltanto uno:
La strage di Milano ad opera del generale Bava Beccaris, poi decorato per questa valorosa impresa. Don Milani sostiene che i soldati si sarebbero dovuti rifiutare di sparare sulla folla inerme, avrebbero insomma dovuto “obiettare”. Nessuno di essi lo fece e quindi tutti sono andati contro il volere di Dio.
E’ curioso come Don Milani ignorasse che invece ci fu un militare che si oppose all’ordine e pagò il suo gesto generoso con la vita. Un altro militare perse invece la vita cadendo sotto il “fuoco amico”.
Si sente spesso ripetere che non si debbono catalogare i morti come morti di serie A e morti di serie B, ma nel caso indicato non si possono mettere le due morti sullo stesso piano: uno è morto obbedendo a Dio, l’altro ad un infame e scriteriato Cesare.
Questi ultimi dati storici sono riportati da Arrigo Petacco in Storia Illustrata N. 365 aprile 1988 “Darò una lezione alla plebaglia”.
Il vaticanista Alceste Santini, in un breve ma intenso articolo sul Giornale di Sardegna del 17 giugno, auspica una riabilitazione del sacerdote e delle sue opere.
Don Milani fu molto odiato ma anche molto amato, ebbe molti detrattori, ma anche molti estimatori, fra i quali spiccano Padre Ernesto Balducci e Padre Davide Maria Turoldo.
Di Papa Giovanni Paolo II l’atto che ho maggiormente apprezzato è quello di aver chiesto perdono al popolo ebraico, sono convinto che il papa attuale dovrebbe se non proprio chiedere perdono, almeno ammettere l’errore di non aver compreso il valore di un prete che operò sempre con l’intento di fare nient’altro che il volere di Dio.

sabato 16 giugno 2007

Inaugurazione del mio Blog

Il mio incontro con i proverbi risale ai primissimi anni della mia vita, attraverso l’ascolto dei dialoghi dei miei nonni, dei miei genitori, dei miei zii, tutti costellati da numerosi proverbi, anzi sui proverbi tutti costruiti, quasi come un edificio che si appoggia alle fondamenta.
L’ascolto dei proverbi ha quindi caratterizzato tutto il mio percorso di vita, dalla primissima infanzia alla fanciullezza e all’adolescenza.
Tutto avrei potuto immaginare, tranne che sarebbe proseguito passando dalla mia isola natale alla mia isola d’adozione. Nel lontano 1970, per motivi di lavoro, sono approdato in Sardegna e, con il consolidamento degli affetti, attraverso l’incontro con la mia futura moglie e i suoi numerosi parenti, il cammino attraverso i proverbi è proseguito lungo tre direttrici linguistiche: il siciliano, il sardo, l’italiano.
La vita si è poi presto incontrata con la letteratura, per via degli studi di mia moglie, la cui tesi di laurea (coincidenza?) riguardava proprio i numerosi proverbi nei Malavoglia di Verga.
E proprio l’intreccio fra vita e letteratura ha costituito l’aspetto più seducente della mia passione per i proverbi, che, spero, anche con i contributi dei partecipanti a questo blog, possa diventare una passione condivisa da molti.
Last but not least, un apprezzamento e un ringraziamento al nostro Webmaster LF, ideatore e realizzatore del format di questo blog, che ha unito alla considerevole perizia tecnica, la preziosa funzione di stimolo ed approfondimento culturale.

Esseri affascinanti, i libri


venerdì 15 giugno 2007

Introduzione ai Proverbi

Possiamo innanzitutto distinguere due tipi fondamentali di proverbi: quelli normativi e quelli constatativi. I primi indicano delle norme, dei comportamenti da seguire, e hanno spesso lo scopo di indurre in chi li ascolta un comportamento conforme all'enunciazione pena la pubblica disapprovazione: mogli e buoi dei paesi tuoi, risulta quasi un ammonimento a non ammogliarsi con donne di paesi diversi se si vogliono evitare rischi di matrimoni fallimentari. Il secondo tipo di proverbi induce in chi lo ascolta quasi un atteggiamento di rassegnazione nei confronti delle avversità della vita: il mare è amaro e il marinaio muore in mare; questo proverbio dei Malavoglia di Verga sembra invitare alla rassegnazione, a saper accettare le luttuose conseguenze da parte di chi è destinato a fare il pescatore o il marinaio.
La distinzione tra proverbi normativi e proverbi constatativi è tratta dalla tesi di laurea " I Proverbi nei Malavoglia di Giovanni Verga".
Tale distinzione permette di distinguere i ruoli dei protagonisti che pronunciano proverbi: il denominatore che accomuna non solo i proverbi tratti dai Malavoglia, ma anche di altre opere letterarie e di saggistica è appunto il differente ruolo sociale dei personaggi che ricorrono all'uso di proverbi normativi. Salvo eccezioni sono sempre i ceti dominanti che fanno uso di tali proverbi, e quasi sempre con lo scopo di ribadire la loro netta supremazia sociale. I proverbi adoperati prevalentemente dal popolo sono di tipo constatativo ed esprimono quasi sempre un senso di rassegnazione sui mali della vita e sulla impossibilità di migliorare la propria condizione. Spesso quindi i proverbi hanno un carattere spiccatamente conservatore se non schiettamente reazionario.
"I poveri e i ricchi li fece il Signore", quindi tentare di cambiare la propria condizione economica e/o sociale equivale ad andare contro la volontà di Dio. "Uno deve stare dove la Provvidenza l'ha messo" e Sciascia, con una virgola, unisce questo proverbio con un altro altrettanto perentorio:
"Il povero che fa il superbo sempre male finisce". A pronunciare questi due proverbi unificati, ovviamente è una donna appartenente al ceto dominante.
Non mancano però i proverbi che accompagnano le stagioni in relazione al lavoro nelle campagne o in mare: spesso rappresentano dei consigli, delle norme dettate dall'esperienza, ed hanno lo scopo di sfruttare al meglio le magre risorse disponibili, per ottenere il massimo dal raccolto o dalla pesca.
L'uso di quest'ultimo tipo di proverbi non incide però minimamente sugli assetti politico-sociali esistenti e non desta la minima preoccupazione nei ceti dominanti, che non hanno alcuna difficoltà a farne uso.
Non tutti i proverbi inseriti nel sito hanno un riscontro letterario; qualcuno, che mi è sembrato particolarmente espressivo, deriva da raccolte di proverbi, altri da fonti orali dirette, di cui talvolta descriverò l'occasione in cui li ho uditi pronunciare

La Tesi


La Mia CompagnaUna regola vigente fino a poco tempo fa stabiliva che la moglie dovesse seguire il marito; la consuetudine aggiungeva a questo dovere anche quello più gravoso di condividerne stile di vita, se non addirittura concezione della vita e visione del mondo, oltre, beninteso, i giudizi e pregiudizi. Non mi sono mai attenuto né alla regola né alla consuetudine; nel rapporto di coppia ha prevalso un equilibrio quasi perfetto che ha permesso un reciproco arricchimento morale e culturale. A questo principio mi sono ispirato anche per quanto riguarda gli scambi culturali. La mia consueta frequentazione con l’ascolto (più che l’uso personale) è stata arricchita dagli studi di paremiologia di mia moglie che ha trovato naturale sbocco nellla sua tesi di laurea su ‘I Proverbi nei Malavoglia di Verga’, della quale ho pubblicato una prima parte rendendo omaggio all’argomento trattato in questo blog e soprattutto alle passioni della mia vita.

I Proverbi nei Malavoglia di Giovanni Verga - Parte I°

Il Dialetto restringe la vita?

Lo scrittore Alberto Savinio nel suo libro “Ascolto il tuo cuore, città” dedicato alla città di Milano, dedica due paginette incandescenti contro l’uso e l’abuso dei dialetti:
“Il dialetto restringe la vita, la rimpicciolisce, la puerizza”
E a sostegno della sua tesi chiama in causa il grande critico letterario Francesco De Sanctis: “Con lo scemare della coltura prevalsero i dialetti” …
Ancora Savinio:
“Il dialetto è una delle espressioni più dirette dell’egoismo familiare, di quel "familismo" che è origine di tutto il male, di tutte le miserie che deturpano l’umanità” …
Inesorabile:
“Chi parla in dialetto vede uomini e cose in formato ridotto”
Incontentabile:
“Pure, la costoro lingua (dei veneziani, bontà sua non lo chiama dialetto) … fa pensare ad un pasto senza pane”

Ma hanno davvero sbagliato quei critici letterari che hanno fatto assurgere due poeti dialettali, il Porta ed il Belli, a grandi della letteratura italiana?
Sono davvero così puerili le commedie “Liolà”, “Il berretto a sonagli” “Pensaci Giacomino” pubblicate e rappresentate parecchie volte, originariamente in dialetto siciliano? E cosa ha spinto lo stesso Pirandello a tradurre in siciliano la commedia “La giara”, prima pubblicata in lingua italiana? E per quale bizzarria la Compagnia del Teatro Stabile di Catania ha rappresentato a Londra Liolà in dialetto siciliano, con l’indimenticato Turi Ferro protagonista?

E’ davvero un uomo in formato ridotto Turiddu Carnevale, “picciottu socialista” cantato dal poeta dialettale siciliano (scusate la monotonia) Ignazio Buttitta, nella struggente poesia “Lamentu in morti di Turiddu Carnevale” che richiama, e non in tono minore, la famosa poesia di Garcia Lorca “Alle cinque della sera”?

Dopo tante domande retoriche una poesia dello stesso Buttitta a difesa del dialetto: da "Io faccio il poeta", Milano, Feltrinelli, 1972

Un populu Un popolo
mittitulu a catina mettetelo in catene
attuppatici a vucca, tappategli la bocca,
è ancora libiru , è ancora libero,

Livatici u travagghiu Toglietegli il lavoro
u passaportu il passaporto
a tavula unni mancia la tavola dove mangia
u lettu unni dormi, il letto dove dorme,
è ancora riccu è ancora ricco

Un populu Un popolo
diventa poviru e servu diventa povero e servo,
quannu ci arrobbanu a lingua quando gli rubano la lingua
addutata di patri: avuta in dote dai padri:
è persu pi sempri. è perso per sempre.

I Proverbi 'corrotti'

Giuseppe Giusti, nella prefazione alla sua monumentale raccolta di proverbi, rimprovera agli scrittori di aver "corrotto" la versione originaria dei proverbi, sottraendogli così la naturale freschezza e spontaneità che li contraddistingueva. D'altra parte lo stesso popolo, o chi al popolo ha trasmesso i proverbi originari, ha creato numerose varianti, a volte di significato simile, ma qualche volta in aperta contraddizione col primitivo enunciato. Vasco Pratolini ne "Le ragazze di Sanfrediano" sostiene che la contraddittorietà dei proverbi è proprio il segno della verità che essi esprimono. Io ritengo che i detti, i proverbi, esprimano più che la saggezza dei popoli, le loro convinzioni, la loro esperienza: l'arguzia ma anche l'ingenuità, la fede ma anche la superstizione, la loro personalità ma anche i pesanti condizionamenti a cui sono stati sottoposti. Gli scrittori non sempre riportano i proverbi nella loro versione originale: specialmente quando non sono introdotti dal discorso diretto, vengono piegati alle esigenze stilistiche o ai contenuti che si vogliano esprimere. Giampaolo Pansa ne " Il malloppo" stravolge completamente il proverbio: "Meglio soli che male accompagnati" in "Meglio male accompagnati che soli". Non lo fa unicamente per puro spirito di contraddizione, ma per sottolineare che, nell'intreccio fra mondo della politica e mondo degli affari, le cattive compagnie possono rivelarsi fonte di alti illeciti guadagni (il malloppo appunto), attraverso la diffusa pratica della corruzione o della concussione. Il filosofo Nietzsche in "Così parlò Zarathustra", sottolinea il predominio della borghesia mercantile, parafrasando il proverbio: "L'uomo propone e Dio dispone", sostituendo l'uomo con il principe e Dio con il mercante: "Il principe propone, e il mercante dispone". Da "La miglior vendetta è il perdono", lo storico catanese Santi Correnti ha tratto il titolo di un libro sul linguaggio della mafia: "ll miglior perdono è la vendetta". E, per rimanere in Sicilia, Gesualdo Bufalino in "Bluff di parole" ha tratto "Il Dio frettoloso fa gli uomini ciechi" da "La gatta frettolosa fa i gattini ciechi". "Al cuore non si comanda" diventa "Alla paura non si comanda" in Gaetano Salvemini, I partiti politici milanesi nel secolo XIX . La paura è tutta di Carlo Alberto , re di Sardegna, doppiamente terrorizzato dall'Austria e dalla Rivoluzione.

- Chi prima arriva meglio alloggia.
- Chi tardi arriva male alloggia.
- Chi tardi arriva ... risparmia.

- Chi trova un amico, trova un tesoro.
- Chi trova un tesoro, trova gli amici. (Giuseppe Fumagalli)

Lingua e dialetto nella letteratura

A mio parere non si deve considerare tutto ciò che viene espresso in lingua italiana come cultura alta e ciò che viene espresso nei vari dialetti d’Italia come cultura bassa, ma la validità artistica e culturale di uno scritto, di un film o di una canzone, si deve giudicare in base alle caratteristiche formali e di contenuto.
A parte gli argomenti scientifici, che difficilmente troverebbero una piena esplicazione nei dialetti, tutto ciò che concerne la narrativa ( in particolare i racconti), la poesia, la filosofia e tutto ciò che comprende le cosiddette scienze umane, può benissimo essere espresso sia in lingua che in dialetto.
A volte i risultati migliori sono stati ottenuti con un sapiente dosaggio di lingua e dialetto nella stessa composizione artistica. L’esempio più calzante a quanto detto è rappresentato dal film “La terra trema” di Luchino Visconti, ispirato ai Malavoglia di Verga, ma attualizzato all’Acitrezza degli ultimi anni quaranta, con protagonisti assoluti i pescatori del piccolo comune marinaro. I dialoghi, interamente in stretto dialetto catanese sono accompagnati dalla voce esplicativa fuori campo in lingua italiana: viene raggiunto simultaneamente lo scopo di una verosimiglianza assoluta delle vicende narrate con una soddisfacente comprensione da parte di chi non conosce il dialetto siciliano.
Nel romanzo “Il bell’Antonio” di Vitaliano Brancati i dialoghi sono spesso trascritti in dialetto catanese e tradotti, riuscendo così a contemperare l’effetto del “colore locale” con la piena comprensione del testo. Dello stesso autore nel “Don Giovanni in Sicilia” sono riprodotti alcuni modi di dire, tipicamente catanesi, direttamente tradotti in lingua, ad esempio:

“Armarci la farsa”
“Essere presi dalla bomba”

Alcuni autori sardi, come Gavino Ledda in “Padre padrone” e “Lingua di Falce” e Giovanni Firinu in “La stagione del fango” hanno seguito un procedimento simile, avendo anche Ledda avuto l’accortezza di inserire un glossario esplicativo a fine libro. Salvatore Niffoi, altro scrittore sardo, ha utilizzato un linguaggio fortemente impregnato di dialettismi molto locali, raggiungendo una notevole efficacia espressiva; unica pecca quella di non aver inserito un glossario esplicativo alla fine dei suoi romanzi, come invece ha fatto Gavino Ledda.
Ritornando agli scrittori siciliani, grande fortuna hanno avuto, ed hanno ancora, i libri di Andrea Camilleri, nei quali viene adoperata una lingua frammista ad elementi dialettali alquanto “arrotondati” per poter essere comprensibili da tutti.

I Proverbi nei Malavoglia di G.Verga

I Proverbi nei Malavoglia di Giovanni Verga.
Tesi di Laurea in Materie Letterarie
c/o la Facoltà di Magistero
dell'Università degli Studi di Cagliari
Anno Accademico 1977-78
della Prof.ssa Modesta Frigau
Relatrice Prof.ssa Luisa Mulas

Parte I°

L'attenzione della letteratura nei confronti degli "umili", sorge in concomitanza allo sviluppo degli studi demologici e si iscrive nella tradizione narrativa italiana che va dal Manzoni, alla Percoto, al Nievo. Sebbene l'atteggiamento del Manzoni nei confronti degli "umili" venga definito da Gramsci "non nazional-popolare", ma "aristocratico" (1), e il Cocchiara sostenga che "gli umili" del Manzoni, della Percoto e del Nievo non sono gli umili del Verga (2), il Manzoni fu "il primo a far entrare gli umili nel romanzo" (3) e sotto questo aspetto "è molto piu' vicino al Verga di quanto non lo sia lo Zola, che vede nei suoi personaggi quasi cavie da esperimento" (4). Il Manzoni, infatti, avvertì l'esigenza di adoperare una lingua che determinasse "il difficile e complesso passaggio da una letteratura d'elite ad una letteratura popolare e nazionale" (5) e capovolgesse la situazione di privilegio della tradizione aulica con l'intento di rendere piu' naturale e spontanea la nostra prosa e riproporre in termini nuovi il rapporto tra lingua letteraria e lingua dell'uso, tra italiano e dialetto" (6).
L'arte del Verga quindi, « se pur stimolata da un movimento europeo, quale fu il naturalismo (...) potremmo però farla scaturire da quel gusto del popolare, la cui presenza precede il Manzoni e i manzoniani e che ora assumerà una nuova prospettiva (...) e dall'influenza tutt'altro che trascurabile degli studi delle tradizioni popolari allora fiorenti » (7) . L'interesse verso il mondo popolare della cultura romantica ottocentesca fu caratterizzato dalla « esaltazione della "spontaneità" della poesia popolare contro "l'artificiosità" di quella d'arte, (...) collocando i valori più alti proprio là dove si negava che potessero essere: nel popolo » (8) . Questa posizione romantica, al di là degli intenti conservatori,in quanto « nell'alternativa tra il popolo come classe rivendicante il proprio diritto a governarsi da sé e ad avanzare sulla via del progresso e il popolo come primitività, attaccamento alle vecchie e buone usanze, sceglie sostanzialmente il medioevo ed esercita una influenza sempre più arretrata e negativa, a mano a mano che l'unificazione statale si realizza, ed a mano a mano che i contrasti sociali si vengono accentuando » (9), dà l'avvio allo studio dei fatti folklorici e segna l'affacciarsi del mondo popolare nella cultura dominante. Da parte degli studiosi di folklore fu avvertita l'esigenza di individuare nella produzione e nella circolazione dei fatti folklorici il ruolo o la portata delle classi dominanti e delle classi subalterne e le interazioni nei processi di ascesa e di discesa da una classe all'altra, gli adattamenti e le rielaborazioni dei fatti folklorici secondo i propri interessi e modi di sentire.
Tale esigenza appare evidente anche dalle raccolte di proverbi, nelle quali viene affrontato il problema riguardante la forma originaria dei proverbi, e la loro origine se culta o popolare.
Vincenzo Bondice, nella prefazione alla sua Raccolta di Proverbii siciliani in ottave, si chiede: "Nasce in me un altro desio di sapere se questi proverbi nacquero così a versi rimati come si dicono, affinchè si potessero con facilità a memoria ritenere; oppure sono essi chiusure di canzoni che gli antichi componevano, e facevano terminare con tali motti. Io abbraccerei questa ultima opinione a creder mio, mentre la rima affine, detta dai latini "similiter cadens" che conservano quasi tutti i proverbi, ci fa sospettare che fossero dei versi come rimasti da tante ottave" (10).
Ad avvalorare la tesi del Bondice sta il fatto che oltre alla sua stessa Raccolta rimata in ottave:

"Quannu 'mpignata a miu favuri tuttaEra furtuna, mia pirsuna accettaEra ad ognunu, e quasi a la sdirruttaLu meghiu mi jittava la silletta;Ora, ca già vutavi a testa suttaLu chiù tintu mi sputa, e chiù m'appretta;cc'è ntra stu munnu ahimè! 'usanza brutta:Ad arvulu cadutu accetta accetta" (11).

in ottave sono quasi tutte le raccolte di proverbi siciliani, da quella antica di Antonio Veneziano, citata nella bibliografia della Raccolta del Pitrè (edizione 1880) e datata 1628, a quelle dell'abate Paolo di Catania, e dell'abate Santo Rapisarda:

"Si la sorti si metti 'tra la sdittaCu la sciabula a manu, e la scupetta, Di l'omu sfurtunatu fa vinnitta, E prestu a varva all'aria lu jetta; Sazia non mai sarrà di sua scunfitta, Si prima di ogni Seni non l'annetta, Pirchì c'è dda sintenza maliditta Ad arvulu cadutu accetta accetta" (12).

Ma da un attento esame delle raccolte, risulta che non tutti i proverbi sono collocati a chiusura di ottave, infatti nella raccolta di Cervantes(pseudonimo di Agatino Perrotta), La scienza di lù ngnuranti, vengono riportati a chiusura di suoi componimenti costituiti da dieci endecasillabi (una quartina+ 2 terzine):

"Sino a quannu la sorti ti va diritta A la cunnutta tò nuddu ci varda; Ma si cancia e ti veni la sditta, La calunnia ti jetta la laparda. L'omu quannu si timi si rispetta, Pirchì guarda la vigna lu timuri, E non havi bisognu di scupetta.Ma a lu cadutu la so' petra jetta Ognunu, e sfova lu anticu rancuri: Ad arvulu cadutu accetta accetta" (13).

Per quanto riguarda il problema dell'origine, se culta o popolare, dei proverbi la soluzione non sembra univoca. Già da alcuni cenni biografici del Pitrè tiportati dalla Alaimo, si può rilevare un duplice interesse documentario rivolto sia agli "studi sul campo" sia alle "ricerche di Biblioteca". La passione per i proverbi sorse in Pitrè fin dall'infabzia: "lo stimolava e sorreggeva una vocazione prepotente, nata dall'ammirazione affascinata con cui, durante l'adolescenza, egli aveva ascoltato i numerosi familiari ed amici che infioravano di proverbi ogni discorso" (14); ma altrettanto forte è l'attrazione per le raccolte di proverbi: "in collegio s'imbattè nella Raccolta di proverbi Toscani del Giusti" (15).
L'ampia bibliografia che troviamo nella raccolta del 1880, dimostra la solida preparazione libresca del Pitrè. Analogo è però il desiderio di documentarsi dalla "viva voce del popolo", come dimostra una lettera ad un amico, dell'11 ottobre 1876, nella quale "si intuisce che il Pitrè aveva concordato con l'amico a cui essa è indirizzata, una gita a Cianciana (provincia di Agrigento), dove quest'amico svolgeva funzioni di notaio e di sindaco, lo desiderava da tempo suo ospite ed egli teneva a recarsi sperando probabilmente di potervi fare incontri fruttuosi fra la gente che in quella stagione attendeva alla vendemmia" (16).
Nella prefazione alla raccolta sopra citata, il Pitrè cerca di fare un bilancio delle pubblicazioni di proverbi asserendo che tutte insieme potrebbero fornire un grande numero di proverbi tra loro uguali e "quattro in cinquemila proverbi differenti l'uno dall'altro; perché o l'una ha servito di modello all'altra: e allora i proverbi differenti non potranno essere molto numerosi, o l'una dall'altra è stata indipendentemente compilata; e allora niente di più facile, che attingendo alla bocca del popolo, il raccoglitore si sia avvenuto negli stessi proverbi che altri udì e pubblicò prima di lui" (17).
Quindi dal Pitrè sono formulate due ipotesi: 1) la documentazione "dal vivo" dei raccoglitori dei proverbi;2) la reciproca influenza delle raccolte di proverbi.
Vincenzo Bondice nella prefazione alla sua raccolta così scrive: "Più centinaia (di proverbi) ne scrisse il Marracalese Paolo di Catania; più centinaia il Chiar. Sac. Santo Rapisarda; ma sono essi que' tutti, che dagli antichi abbiamo ricevuti? No; di dì in dì ne ascoltiamo con nostra sorpresa uscir dal labbro del volgo dei nuovi tutti curiosi e frizzanti e sempre più va ad accrescersi a dismisura il loro catalogo" (18).
Nella ricerca dei proverbi sembra prevalere in Rapisarda la documentazione "dal vivo" su quella "libresca": "... nelle ore di ozio datemi a spigolar qua e là in bocca del volgo una larga messe de' migliori tra questi (proverbi) ... (19); però egli riconosce l'importanza degli studi dell'abate Paolo di Catania e di Antonio Veneziano, e seguendo il loro esempio colloca i proverbi in chiusura di ottave composte da lui: "Più di un nostro poeta si è impegnato a riunirli, ravvolgendo cadaun di essi nel corredo di altre massime nella stesa di un'ottava cui chiude esso proverbio. L'abate Paolo di Catania, ed Antonio veneziano furono i primi che s'indussero a tentar cosiffatto lavoro..." (20)
Tuttavia il desiderio del Pitrè e di altri raccoglitori di proverbi, di documentarsi dalla "bocca del popolo" e il credere che proprio quelli inventati dal popolo siano: "più curiosi e frizzanti" appare inficiato dal paternalismo che caratterizza il popolismo romantico.
Nell'opera del Pitrè "manca ogni reale collegamento tra le indagini folkloriche che egli conduce tra i contadini di Sicilia e quella questione meridionale che allora si veniva proponendo in tutta la sua gravità" (21).

Proverbi del mese

Raccolta dei proverbi del mese pubblicati

Giugno

San Vito, la moglie batte il marito.
Per san Vito il merlo becca moglie e marito.
La rugiada di san Giovanni tira via tutti i malanni.
San Giovanni non vuole inganni.
Quando canta la cicala; taglia, taglia, al padrone il grano e al contadino la paglia.
Quando cantano le cicale il cuculo smette di cantare.




Luglio

Luglio asciutto, vino e prosciutto.
Nel mese di luglio il sole fa andar via ogni dolore.
Prega santa Liberata (20 luglio) perché l'uscita sia come l'entrata.
Luglio dal gran caldo, bevi bene e batti saldo.
Nel luglio è ricca la terra, ma povero il mare.
Luglio poltrone porta la zucca col melone.
San Giacomo dei meloni (25 luglio).
In July Shear your rye.
In July Some reap rye.



Agosto

Ad agosto vedrò ciò che ho posto.
Ad agosto olio, miele e mosto.
Il mese d'agosto la capra arrosto.
San Lorenzo (10 agosto) : cadono le stelle.
D'agosto cento ne ho e una ne mostro.
A fog in August indicates a severe winter and plenty of snow.
Dry August and warm / Doth harvest no harm.


Settembre


A settembre si taglia ciò che pende.
Quando il villano è sul fico, non conosce parente nè amico.
Brache, tela e meloni, di settembre non son più buoni.
Melanzane e meloni a settembre son più buoni.
A san Matteo (21 settembre) tanto è la notte quanto il giorno.
Chi nasce in settembre ama le donne e il vino.
Settembre non leva e non rende.
Settembre toglie, non rende.
September rain good for crops and vines.
St. Matthee, / Shut up the bee.

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