Benvenuti. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta ne è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio e stabilire se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede definire l'origine di un proverbio o di un aforisma quanto piuttosto risalire alle motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l'uso più o meno frequente.

Della mia passione e delle mie ricerche sull'argomento e non solo su questo, cercherò di scrivere e divagare ringraziando anticipatamente quanti vorranno interagire e offrire spunti per sviluppare il tema col proprio personale e gradito contributo.

I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura

domenica 21 ottobre 2007

Ius primae noctis

Paese che vai, usanze che trovi. Non tutti i paesi hanno le medesime usanze e non tutte le usanze trovano accoglienza in tutti i paesi. Il tempo poi modifica le usanze, ma non allo stesso modo in tutti i paesi. Credereste mai che la medievale consuetudine del cosiddetto “ius primae noctis” sia sopravvissuta fino al ventesimo secolo, per giunta cancellando la regola che prevedeva una sola notte a disposizione del padrone per godere delle grazie della sposa e delle disgrazie del malcapitato consorte?
Del luogo dirò solo che si tratta della Sicilia: difficile tentare di scoprire la località o soltanto la provincia se concordiamo con la tesi espressa nell'antologia “Cento Sicilie” curata da Gesualdo Bufalino e Nunzio Zago: difficile distinguere tra cento possibilità. Della fonte dirò solo che si tratta di un sessantacinquenne analfabeta. La data tra le due guerre mondiali.
Il barone, quando la sposa era particolarmente bella e/o avvenente non si accontentava di una sola notte ed Alfio, l'entusiasta consorte della più bella ragazza dell'innominato paese, si rese presto amaramente conto di quanto vero fosse il detto “Chi piglia bellezze piglia corna”. Attese una atroce settimana dal giorno delle nozze e si presentò al castello del barone chiedendo la restituzione della sua dolce sposa. “Quando a Voscienza piacerà” fu suo malgrado costretto a proferire di fronte allo sdegnato rifiuto del barone. A giorni alterni si recava al castello portando una cesta di frutta. “Per il sostegno della mia dolce sposa” replicava alla superba reazione del barone che diceva di non aver bisogno dei doni di un pezzente. Alfio si sottoponeva pazientemente alla meticolosa perquisizione delle guardie del barone, in cerca di armi che potessero offendere il loro padrone.
Questo andirivieni durava da parecchi giorni, tutto il paese rideva, prima alle spalle poi direttamente in faccia ad Alfio, cornuto e contento, accompagnato per tutto il tragitto da insulti, fischi e pernacchie. Aveva anche preso l'abitudine di ringraziare il barone e di baciargli le mani a parole e di fatto. Le guardie avevano smesso di perquisirlo ritenendolo del tutto innocuo.
Alfio riusciva a sopportare le umiliazioni e il dolore per l'assenza della sua amata sposa pensando alla gioia che avrebbe provato nell'averla tutta per se, nella modesta casa che li avrebbe accolti per tutto il tempo che a Dio fosse piaciuto di concedere loro di vivere.
Il barone aveva perso il conto dei giorni, ma non Alfio, che si era anche pesantemente indebitato per onorare l'impegno di cui si era auto-assunto di portare vettovaglie per il sostegno della sua dolce sposa.
Era un giorno come tutti gli altri, il barone godeva, oltre che del piacere carnale di possedere a suo piacimento una bella e giovane ragazza, dell'insana soddisfazione di umiliare il povero contadino, lasciandolo nella incertezza più assoluta in merito alla data del rilascio della sua amata sposa. Come accadeva ad ogni incontro, Alfio si avvicinò al barone dicendo “Bacio le mani a Voscienza” e prendendo fra la sua mano sinistra quella sinistra del barone (non si porge la mano destra ad un inferiore); questa volta invece del consueto baciamani il barone ricevette sul collo la carezza di un “alliccasapuni” (lecca-sapone), cioè della coltellata inferta dal buon Alfio con tutta la rabbia che aveva in corpo e nell'anima. Il buon contadino osservava trionfante l'espressione sgomenta del barone, nella quale l'espressione di stupore era vinta solo dall'espressione di stupidità. In tutta tranquillità Alfio si appropriò dei due fucili da caccia lasciati incustoditi dai fiduciosi e ottusi servi del barone, i quali in quel momento, del tutto inconsapevoli di quanto era accaduto, erano immersi in una partita a briscola con contorno di cacio e vino.
In compagnia dell'amata sposa e dei due fucili il valoroso picciotto attraversò il paese sotto gli sguardi ammirati dei compaesani; non più frizzi e lazzi al suo passaggio, non più la “injuria” di “Affiu 'u babbu” , Alfio l'incapace, ripetuta con accanita monotonia, ma sguardi di ammirazione e grida di “Viva Affiu 'u spertu”, viva Alfio l'astuto, accompagnarono il glorioso cammino dei due sposi verso l'agognato talamo nuziale.
In quale momento il mite Alfio decise il suo piano non ci è dato sapere.
Scartata subito l'ipotesi di rivolgersi all'autorità costituita, costituita appunto a sostegno della classe dominante, non rimaneva che, in assenza di giustizia, farsi giustizia da se.
Io sono convinto che già al primo baciamani l'avesse già deciso, ricordando l'antico proverbio che usava ripetere suo nonno:
“Vasa 'dda manu ca vo' tagghiata” - Bacia quella mano che vuoi che sia tagliata.
Dove non puoi arrivare con la forza, adopera l'astuzia, la simulazione e la dissimulazione.
E c'è qualcuno che è convinto che i proverbi siano tutti stupidi ed inutili.

domenica 7 ottobre 2007

Distinguo: Tra o fra?

Alla sempre più marcata omologazione di comportamenti e di ideali o presunti tali non si sottrae nemmeno la grammatica italiana. In nome di una pretesa semplificazione e di una pretenziosa ricerca di ottimizzazione, anche della risorsa lingua, vanno scomparendo quei distinguo che per tanti secoli ci hanno donato quella lingua letteraria ed orale tanto ricca di significati e di sfumature.
Pur permanendo nel dialetto-lingua toscano, codesto, ad esempio, non viene mai, o quasi mai, adoperato nella lingua scritta e parlata. Un libro ubicato vicino a chi ascoltava veniva preceduto da codesto, nella lingua figurata un'aspirazione, un'idea, un ideale appartenente a chi ascoltava, veniva accompagnato da codesto, come a sottolineare una estraneità, una presa di distanza; ad esempio “codesto tuo comunismo” o “codesto tuo fascismo”, riferiti ad interlocutori portatori di idee antagoniste alle proprie.

Le particelle “tra” e “fra” non sono sfuggite a tale nefasta omologazione. Ci si preoccupa solamente di evitare cacofonie del tipo “fra frati”, lasciando piena discrezione all'utente di usare l'una o l'altra particella.
Il linguista Aldo Gabrielli, compianto valente lessicografo, glottologo e letterato, bocciava come saccente pedanteria la pretesa di attribuire alle due particelle particolari significati, addirittura opposti.
Ho richiesto una consulenza in merito all'Accademia della Crusca, che pur rispondendomi cortesemente, non ha ritenuto la questione meritevole di essere trattata nel loro sito, dando ragione alla tesi del Gabrielli.
Eppure l'eccellente linguista Leo Pestelli in Parlare italiano, aveva sottolineato la ricchezza di sfumature che giustificava un uso corretto e ben differenziato delle due particelle.
Cerco di riassumere a memoria:
Fra deriva da infra,
tra da inter;
fra indica vicinanza, di luogo, nel tempo, comunanza di affetti,
tra indica lontananza, nel tempo e nello spazio, discordanza.
Si dirà quindi “Ci vediamo fra due ore”
“Tra moglie e marito non mettere il dito”
“Fra me e te sta nascendo un profondo sentimento”

Addirittura, senza aggiungere altro, si possono esprimere molto brevemente anche sentimenti profondi:
“Fra noi” fa intuire una forte comunanza di sentimenti e/o di interessi
“Tra noi” proprio il contrario.

Le due particelle si possono altresì utilizzare in modo criptato:
“Ci vediamo fra due ore” si può utilizzare quando si ha veramente volontà di rivedersi presto.
“Ci vediamo tra due ore” quando non si ha alcuna voglia o possibilità di rivedersi, e quindi le due ore possono diventare settimane o mesi, o addirittura mai.

Propendo nettamente per la tesi del Pestelli che mi piace riassumere con la parafrasi del proverbio:
“Questo o quello per me pari sono”
“Tra o fra per me pari non sono”

A proposito di grammatica mi viene in mente che se esiste una grammatica dei numeri (1), difficilmente può esistere una Matematica della grammatica; non sempre è infatti possibile applicare alla grammatica la proprietà commutativa, che nel caso della grammatica potrebbe così essere enunciata:
“Cambiando l'ordine fra sostantivo ed aggettivo il significato non cambia”

Come ha fatto notare un altro valente linguista, Cesare Marchi, non sempre

“Una buona donna” è “Una donna buona”

così come

“La Buona Società” raramente è “Una società buona”



(1) Giuliano Spirito, Grammatica dei numeri, Roma, Editori Riuniti, 1997

venerdì 5 ottobre 2007

Parola d'ordine

Se facessimo riferimento soltanto ai proverbi nuovi di conio dovremmo concludere che stiamo assistendo all'eclissi se non alla totale e irreversibile estinzione degli stessi proverbi.
Nondimeno attraverso la pubblicità, le canzoni, il cinema e la letteratura vengono continuamente e copiosamente proposti, quasi sempre modificati, vecchi proverbi con significati nuovi.

Scherza coi fanti e lascia stare i santi

è stato riproposto da Dan Brown in Angeli e demoni:

Scherza coi santi e lascia stare i quanti

allo scopo di mettere in risalto come al culto dei santi si stia sempre di più sostituendo il culto della scienza.

Dal bolscevico “Chi non lavora non mangia”
Adriano Celentano ha tratto: “Chi non lavora non fa l'amore”.

“Chi si contenta gode”in Sergio Endrigo “Perché non dormi fratello” diventa: “Chi si contenta muore”
“Ogni regola ha la sua eccezione”
viene trasformato da A.C.D. Attraverso il suo S.H. in
“L'eccezione stravolge la regola”
dalla cantantessa Carmen Consoli in
“L'eccezione insidia la regola”
da Ennio Flaiano viene addirittura capovolto in
“Ogni eccezione ha la sua regola”
che ricorda la battuta del celebre Totò:
“Ogni limite ha la sua pazienza”parafrasi di
“Ogni pazienza ha un limite”.
La pubblicità sfrutta:
“Donna al volante, pericolo costante”
“Donna al volante, ... premio calante”
a sottolineare la minore incidenza degli incidenti causati dalle donne rispetto agli uomini.
Il solito irriducibile misogino obietterebbe che ciò accade perché le donne, che ne sanno una più del diavolo, riescono, più che diabolicamente, a trasferire le loro colpe sempre sugli uomini, e che quindi solo quando un incidente coinvolge due autisti donne, non possono evitare che la responsabilità venga loro attribuita.
Meno cervelloticamente ritengo che dipenda invece dal minor uso dell'auto da parte delle donne (non intendo dal numero di donne che guidano, ma dal minor numero di Km percorsi).

In concomitanza allo stravolgimento dei proverbi per adeguarli a nuovi scopi si sono altresì affermate nuove forme di conunicazione e di persuasione più o meno occulta:

Lo slogan

e le cosiddette parole d'ordine.

Durante la disputa tra neutralisti e interventisti, i socialisti italiani, nel tentativo di salvare almeno la faccia, coniarono il celebre:
“Né aderire, né sabotare”
Il fascismo trionfante:
“Credere! Obbedire! Combattere!
Proprio il fascismo utilizzò ampiamente l'uso delle parole d'ordine nelle “adunate oceaniche”, attraverso la radio, e soprattutto con le scritte sugli edifici:
“Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”
“Molti nemici, molto onore”
“L'aratro traccia il solco, la spada lo difende”
“Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi”

All'ingresso del campo di sterminio di Auschwitz campeggiava:
“Arbeit macht frei” - Il lavoro rende liberi
Nei cortei sessantottini si urlava:
“Lotta dura, senza paura!”
I postfascisti hanno coniato:
“Nè restaurare, né rinnegare”
che fa da pendant
al motto dei socialisti italiani.

I liberisti ammoniscono:
“Più mercato, meno Stato”
Comunione e Liberazione invoca:
“Più società, meno Stato”
Da più parti si plaude all'estinzione, o alla riduzione ai minimi termini, dello Stato.
Gli anarchici esultino.
Poco plausibile appare la duplice presenza di Stato e Società:
Più Stato (pur nelle sue articolazioni) e più Società.
o Più Società nello Stato.
Proporre oggi: Più Stato, più Società, più Credito e Commercio equo e solidale
sarebbe pura e semplice eresia, oltre che utopia.
Ebbene lo confesso: sono eretico ed utopista.

Se attribuiamo ai proverbi la funzione prescrittiva di comportamenti, di norme morali e civili da rispettare, ci rendiamo conto che il loro declino dipende semplicemente dal fatto che oggi esistono strumenti che li hanno soppiantati, come i mezzi di comunicazione di massa, che a volte li ripropongono per puro divertimento o per piegarli a nuovi obiettivi più o meno edificanti.