Benvenuti. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta ne è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio e stabilire se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede definire l'origine di un proverbio o di un aforisma quanto piuttosto risalire alle motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l'uso più o meno frequente.

Della mia passione e delle mie ricerche sull'argomento e non solo su questo, cercherò di scrivere e divagare ringraziando anticipatamente quanti vorranno interagire e offrire spunti per sviluppare il tema col proprio personale e gradito contributo.

I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura

mercoledì 21 maggio 2008

Il proverbio "cosa nostra". Ovvero: il proverbio interdetto. Ovvero: caccia al proverbio.

Non si tratta di un proverbio ad uso e consumo esclusivo degli adepti e dei simpatizzanti della malfamata associazione mafiosa, ma più modestamente di una strizzatina d'occhio data dallo scrittore Leonardo Sciascia (1) ai suoi corregionali maschi lettori, facenti parte della tribù dei "focosi masculi siculi e sicani".
Con "cosa nostra" si intende qui solo l'appartenenza a tale consolidata tribù, di "nuautri", insomma.

Il senso di appartenenza, la divertita (?) complicità instaurata con l'altrettanto divertito (?) consapevole lettore, viene introdotto da un narratore, manco a dirlo, siciliano:

"Queste lettere di Voltaire, uno leggendole pensa a quel nostro (leggi siciliano) proverbio che dice la sconoscenza del parentado (corsivo mio) che in una certa condizione (corsivo mio), in certe circostanze, una parte del nostro corpo (corsivo mio), spietatamente afferma"

"e spiegò agli altri che erano lettere che Voltaire aveva scritto a sua nipote. Sua eccellenza Lumia disse chiaro e tondo il proverbio (ma Sciascia no), il barone precisò che lo stesso termine, che nel proverbio indicava la condizione che veniva a travolgere le barriere del parentado, Voltaire usava, è in italiano"

Il proverbio interdetto dallo scrittore viene però suggerito con l'uso di perifrasi che lo rendono facilmente identificabile dai lettori più avveduti.
Per dare un piccolo aiuto, in questa poco entusiasmante caccia al proverbio, dico che è presente nel mio sito:

http://www.proverbiescrittori.it/

e, con piccole varianti, in uno dei due romanzi più noti di Gavino Ledda:
in Padre padrone (?)
o in Lingua di falce (?).

Ai contemporanei l'ardua ricerca.


(1) Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, capitolo XVI

Il proverbio detto per "non dire"

Non sempre un proverbio viene adoperato per convincere a seguire determinate regole, siano o non siano esse codificate, o per esortare ad accettare con rassegnazione l'avversa fortuna o gioire della propizia.
In uno dei suoi romanzi, lo scrittore Giorgio Todde (1) ci presenta il capitano dei carabinieri Pescetto alle prese con due presunti testimoni da lui convocati. Costoro, anziché ricorrere alla collaudata strategia del silenzio, straparlano usando una valanga di proverbi, ad indicare che non avrebbero riferito nulla, anche se fossero stati a conoscenza di elementi utili alle indagini.
Lo sproloquio sostituisce il silenzio, il dire per non dire e per sottolineare che nulla si direbbe anche se si sapesse.

"Chi fa trenta non è detto che faccia trentuno"

"Non tutto può essere detto"

"Cosa di uno è cosa di nessuno, cosa di tre di tutto il mondo è"

"Ognuno rende conto della propria bisaccia"

"Chi non sa tacere non sa godere"

"Chi cerca le corna d'altri trova le proprie"

"La cosa cotta non ritorna cruda"

"Se ti feriscono le vacche, una ragione c'è"

"I balli di carnevale si piangono in quaresima"

"Chi male pensa peggio fa"

Il capitano Pescetto cade nel tranello tesogli e si lascia sfuggire anch'egli un proverbio:
"La giustizia acchiappa la lepre anche con il carro lento!"

I due interrogati continuano a sciorinare proverbi in risposta alle domande del capitano, incoraggiati dalla sua incauta compartecipazione.

"Rispettiamo i morti ma temiamo i vivi"

"Può accadere che anche l'erba fresca bruci"

"Chi non fa domande non sente bugie"



(1) Giorgio Todde, Lo stato delle anime, Nuoro, Il Maestrale, 2002
(Frassinelli, 2001)
capitolo 13 - pagg. 107-108-109