Benvenuti. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta ne è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio e stabilire se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede definire l'origine di un proverbio o di un aforisma quanto piuttosto risalire alle motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l'uso più o meno frequente.

Della mia passione e delle mie ricerche sull'argomento e non solo su questo, cercherò di scrivere e divagare ringraziando anticipatamente quanti vorranno interagire e offrire spunti per sviluppare il tema col proprio personale e gradito contributo.

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venerdì 15 giugno 2007

I Proverbi nei Malavoglia di G.Verga

I Proverbi nei Malavoglia di Giovanni Verga.
Tesi di Laurea in Materie Letterarie
c/o la Facoltà di Magistero
dell'Università degli Studi di Cagliari
Anno Accademico 1977-78
della Prof.ssa Modesta Frigau
Relatrice Prof.ssa Luisa Mulas

Parte I°

L'attenzione della letteratura nei confronti degli "umili", sorge in concomitanza allo sviluppo degli studi demologici e si iscrive nella tradizione narrativa italiana che va dal Manzoni, alla Percoto, al Nievo. Sebbene l'atteggiamento del Manzoni nei confronti degli "umili" venga definito da Gramsci "non nazional-popolare", ma "aristocratico" (1), e il Cocchiara sostenga che "gli umili" del Manzoni, della Percoto e del Nievo non sono gli umili del Verga (2), il Manzoni fu "il primo a far entrare gli umili nel romanzo" (3) e sotto questo aspetto "è molto piu' vicino al Verga di quanto non lo sia lo Zola, che vede nei suoi personaggi quasi cavie da esperimento" (4). Il Manzoni, infatti, avvertì l'esigenza di adoperare una lingua che determinasse "il difficile e complesso passaggio da una letteratura d'elite ad una letteratura popolare e nazionale" (5) e capovolgesse la situazione di privilegio della tradizione aulica con l'intento di rendere piu' naturale e spontanea la nostra prosa e riproporre in termini nuovi il rapporto tra lingua letteraria e lingua dell'uso, tra italiano e dialetto" (6).
L'arte del Verga quindi, « se pur stimolata da un movimento europeo, quale fu il naturalismo (...) potremmo però farla scaturire da quel gusto del popolare, la cui presenza precede il Manzoni e i manzoniani e che ora assumerà una nuova prospettiva (...) e dall'influenza tutt'altro che trascurabile degli studi delle tradizioni popolari allora fiorenti » (7) . L'interesse verso il mondo popolare della cultura romantica ottocentesca fu caratterizzato dalla « esaltazione della "spontaneità" della poesia popolare contro "l'artificiosità" di quella d'arte, (...) collocando i valori più alti proprio là dove si negava che potessero essere: nel popolo » (8) . Questa posizione romantica, al di là degli intenti conservatori,in quanto « nell'alternativa tra il popolo come classe rivendicante il proprio diritto a governarsi da sé e ad avanzare sulla via del progresso e il popolo come primitività, attaccamento alle vecchie e buone usanze, sceglie sostanzialmente il medioevo ed esercita una influenza sempre più arretrata e negativa, a mano a mano che l'unificazione statale si realizza, ed a mano a mano che i contrasti sociali si vengono accentuando » (9), dà l'avvio allo studio dei fatti folklorici e segna l'affacciarsi del mondo popolare nella cultura dominante. Da parte degli studiosi di folklore fu avvertita l'esigenza di individuare nella produzione e nella circolazione dei fatti folklorici il ruolo o la portata delle classi dominanti e delle classi subalterne e le interazioni nei processi di ascesa e di discesa da una classe all'altra, gli adattamenti e le rielaborazioni dei fatti folklorici secondo i propri interessi e modi di sentire.
Tale esigenza appare evidente anche dalle raccolte di proverbi, nelle quali viene affrontato il problema riguardante la forma originaria dei proverbi, e la loro origine se culta o popolare.
Vincenzo Bondice, nella prefazione alla sua Raccolta di Proverbii siciliani in ottave, si chiede: "Nasce in me un altro desio di sapere se questi proverbi nacquero così a versi rimati come si dicono, affinchè si potessero con facilità a memoria ritenere; oppure sono essi chiusure di canzoni che gli antichi componevano, e facevano terminare con tali motti. Io abbraccerei questa ultima opinione a creder mio, mentre la rima affine, detta dai latini "similiter cadens" che conservano quasi tutti i proverbi, ci fa sospettare che fossero dei versi come rimasti da tante ottave" (10).
Ad avvalorare la tesi del Bondice sta il fatto che oltre alla sua stessa Raccolta rimata in ottave:

"Quannu 'mpignata a miu favuri tuttaEra furtuna, mia pirsuna accettaEra ad ognunu, e quasi a la sdirruttaLu meghiu mi jittava la silletta;Ora, ca già vutavi a testa suttaLu chiù tintu mi sputa, e chiù m'appretta;cc'è ntra stu munnu ahimè! 'usanza brutta:Ad arvulu cadutu accetta accetta" (11).

in ottave sono quasi tutte le raccolte di proverbi siciliani, da quella antica di Antonio Veneziano, citata nella bibliografia della Raccolta del Pitrè (edizione 1880) e datata 1628, a quelle dell'abate Paolo di Catania, e dell'abate Santo Rapisarda:

"Si la sorti si metti 'tra la sdittaCu la sciabula a manu, e la scupetta, Di l'omu sfurtunatu fa vinnitta, E prestu a varva all'aria lu jetta; Sazia non mai sarrà di sua scunfitta, Si prima di ogni Seni non l'annetta, Pirchì c'è dda sintenza maliditta Ad arvulu cadutu accetta accetta" (12).

Ma da un attento esame delle raccolte, risulta che non tutti i proverbi sono collocati a chiusura di ottave, infatti nella raccolta di Cervantes(pseudonimo di Agatino Perrotta), La scienza di lù ngnuranti, vengono riportati a chiusura di suoi componimenti costituiti da dieci endecasillabi (una quartina+ 2 terzine):

"Sino a quannu la sorti ti va diritta A la cunnutta tò nuddu ci varda; Ma si cancia e ti veni la sditta, La calunnia ti jetta la laparda. L'omu quannu si timi si rispetta, Pirchì guarda la vigna lu timuri, E non havi bisognu di scupetta.Ma a lu cadutu la so' petra jetta Ognunu, e sfova lu anticu rancuri: Ad arvulu cadutu accetta accetta" (13).

Per quanto riguarda il problema dell'origine, se culta o popolare, dei proverbi la soluzione non sembra univoca. Già da alcuni cenni biografici del Pitrè tiportati dalla Alaimo, si può rilevare un duplice interesse documentario rivolto sia agli "studi sul campo" sia alle "ricerche di Biblioteca". La passione per i proverbi sorse in Pitrè fin dall'infabzia: "lo stimolava e sorreggeva una vocazione prepotente, nata dall'ammirazione affascinata con cui, durante l'adolescenza, egli aveva ascoltato i numerosi familiari ed amici che infioravano di proverbi ogni discorso" (14); ma altrettanto forte è l'attrazione per le raccolte di proverbi: "in collegio s'imbattè nella Raccolta di proverbi Toscani del Giusti" (15).
L'ampia bibliografia che troviamo nella raccolta del 1880, dimostra la solida preparazione libresca del Pitrè. Analogo è però il desiderio di documentarsi dalla "viva voce del popolo", come dimostra una lettera ad un amico, dell'11 ottobre 1876, nella quale "si intuisce che il Pitrè aveva concordato con l'amico a cui essa è indirizzata, una gita a Cianciana (provincia di Agrigento), dove quest'amico svolgeva funzioni di notaio e di sindaco, lo desiderava da tempo suo ospite ed egli teneva a recarsi sperando probabilmente di potervi fare incontri fruttuosi fra la gente che in quella stagione attendeva alla vendemmia" (16).
Nella prefazione alla raccolta sopra citata, il Pitrè cerca di fare un bilancio delle pubblicazioni di proverbi asserendo che tutte insieme potrebbero fornire un grande numero di proverbi tra loro uguali e "quattro in cinquemila proverbi differenti l'uno dall'altro; perché o l'una ha servito di modello all'altra: e allora i proverbi differenti non potranno essere molto numerosi, o l'una dall'altra è stata indipendentemente compilata; e allora niente di più facile, che attingendo alla bocca del popolo, il raccoglitore si sia avvenuto negli stessi proverbi che altri udì e pubblicò prima di lui" (17).
Quindi dal Pitrè sono formulate due ipotesi: 1) la documentazione "dal vivo" dei raccoglitori dei proverbi;2) la reciproca influenza delle raccolte di proverbi.
Vincenzo Bondice nella prefazione alla sua raccolta così scrive: "Più centinaia (di proverbi) ne scrisse il Marracalese Paolo di Catania; più centinaia il Chiar. Sac. Santo Rapisarda; ma sono essi que' tutti, che dagli antichi abbiamo ricevuti? No; di dì in dì ne ascoltiamo con nostra sorpresa uscir dal labbro del volgo dei nuovi tutti curiosi e frizzanti e sempre più va ad accrescersi a dismisura il loro catalogo" (18).
Nella ricerca dei proverbi sembra prevalere in Rapisarda la documentazione "dal vivo" su quella "libresca": "... nelle ore di ozio datemi a spigolar qua e là in bocca del volgo una larga messe de' migliori tra questi (proverbi) ... (19); però egli riconosce l'importanza degli studi dell'abate Paolo di Catania e di Antonio Veneziano, e seguendo il loro esempio colloca i proverbi in chiusura di ottave composte da lui: "Più di un nostro poeta si è impegnato a riunirli, ravvolgendo cadaun di essi nel corredo di altre massime nella stesa di un'ottava cui chiude esso proverbio. L'abate Paolo di Catania, ed Antonio veneziano furono i primi che s'indussero a tentar cosiffatto lavoro..." (20)
Tuttavia il desiderio del Pitrè e di altri raccoglitori di proverbi, di documentarsi dalla "bocca del popolo" e il credere che proprio quelli inventati dal popolo siano: "più curiosi e frizzanti" appare inficiato dal paternalismo che caratterizza il popolismo romantico.
Nell'opera del Pitrè "manca ogni reale collegamento tra le indagini folkloriche che egli conduce tra i contadini di Sicilia e quella questione meridionale che allora si veniva proponendo in tutta la sua gravità" (21).

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