Benvenuti. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta ne è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio e stabilire se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede definire l'origine di un proverbio o di un aforisma quanto piuttosto risalire alle motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l'uso più o meno frequente.

Della mia passione e delle mie ricerche sull'argomento e non solo su questo, cercherò di scrivere e divagare ringraziando anticipatamente quanti vorranno interagire e offrire spunti per sviluppare il tema col proprio personale e gradito contributo.

I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura

venerdì 29 giugno 2007

Indissolubile corbelleria

Indissolubile corbelleria
così viene definito il matrimonio da Carlo Dossi, La desinenza in A, 1878.
Non ancora soddisfatto rincara la dose:
da Scena Settima - Il testamento del signor zio
"... per quanto cupa una vita, rado è che non abbia due luminosi momenti, come appunto succede nel matrimonio, cioé l'entrata e l'uscita"
Continuando dalla Desinenza in A.

Il medico e il prete
Que' lugubri figuri, che, vivendo di morte, han di cordoglio il solo vestito.

In reverendi panni stultizia

Prete: Il turba coscienze
PRETI
Troppo servi di Dio per avanzargli tempo di servire agli uomini.
Medico: Guasta corpi.

Amore: Tossicoso miele.
Fonte di maggior rovina che non la fame e la peste.

Genealogia:
Raffinatissima scienza nella quale i nipoti generano i nonni.


Definizione di talento in Arthur Conan Doyle:
Il talento è l'infinita capacità di darsi pena.

da Giorgio Bocca, Metropolis, Milano, Mondadori, 1993, pag. 44
Piattaforma sindacale:
Una particolare proposta per lavorare di meno e guadagnare di più.
pag. 110 Politica: Una passione condita con le tangenti.

da Thomas L. Friedman, Le radici del futuro, Milano, Mondadori, 2000
Demagogia:
La demagogia è quella condizione nella quale tutto viene affrontato,
ma niente viene risolto.

da Venerio Cattani, Rappresaglia, Venezia, Marsilio, 1997
capitolo Vittime dell'epurazione staraciana - pag. 103
Mussolini:
Giacinto Menotti Serrati in un articolo del 1919 sull'Avanti:
Mussolini è un coniglio, un coniglio fenomeno: rugge.
La gente che lo vede ma non lo conosce, lo piglia per un leone.

Chi dice donna, dice ...

L'aspetto più appariscente e più ricorrente nei proverbi sulla donna è la denigrazione: ciò vale per tutti i modi in cui i proverbi vengono presentati, dalla viva voce del popolo, alla letteratura, alle raccolte di proverbi.
Dal brevissimo:

Donna, danno

a

Chi dice donna, dice danno

al peggiore di tutti:

Chi dice donna, dice ...
poiché al posto dei puntini si possono inserire tutte le contumelie possibili.

Tentare di spiegare questo accanimento nei confronti delle donne ricorrendo alla ragione, secondo me, sarebbe impresa ardua. Forse la spiegazione più convincente la possiamo dedurre dall'apologo della volpe e dell'uva; non potendo raggiungere l'obiettivo desiderato gli uomini cercano di disprezzarlo.

La donna è mobile qual piuma al vento
muta d'accento e di pensier

Persino nel Rigoletto di Verdi viene disprezzata.
E che dire dell'Amleto:

Fragilità, il tuo nome è donna

Nei Malavoglia di Verga:

Le donne hanno il cuore piccino (capitolo I, 12)

A donna alla finestra non far festa (capitolo II, 23 e 25)

Coi capelli lunghi e il cervello corto (IV, 51)
Questo proverbio è pronunciato da una donna: Donna Rosolina.

Allora la donna è fedele ad uno, quando il turco si fa cristiano
(VI, 70)

Le donne hanno i capelli lunghi ed il giudizio corto (VI, 76)

Lo Zio Crocifisso crocifigge per ben tre volte le donne:

Le donne sono al mondo per farci dannare l'anima (XIII, 184

Chi corre dietro alle donne cerca i guai con la lanterna
(XIII, 185)

Le donne sono messe al mondo per castigo dei nostri peccati
(XV, 205) - Ultimo proverbio dei Malavoglia.

Nel Bell'Antonio di Vitaliano Brancati:

Le donne con una mano ti accarezzano, con l'altra contano
il proverbio è riferito a Barbara Publisi, fidanzata e poi moglie del protagonista.
La stessa cretura angelica dorme seraficamente accanto ad "un messale nereggiava sul comodino come una rivoltella", la religione viene qui presentata come un'arma d'offesa, con la benedizione di Santa Romana Chiesa.

giovedì 28 giugno 2007

Quant'è laria la me zita

Alla categoria delle canzonette salaci appartengono i conosciutissimi Stornelli romani i meno conosciuti ma altrettanto salaci trallallero sardi e i canti licenziosi siciliani, come ad esempio E' la luna 'mmezzu mari.

Vi propongo per adesso Quant'è laria la me zita.

Quant'è laria la me zita Quant'è brutta la mia fidanzata
malanova da so vita maledetta sia la sua vita
ah laria è, cchiu laria d'idda nun ci 'nn'è! nessuna è più brutta di lei!

Havi la panza ca pari 'na vutti Ha la pancia che sembra una botte
quannu camina fa ridiri a tutti quando cammina fa ridere tutti
ah laria è ...

Havi li iammi a cucciddatu Ha le gambe arcuate
quannu camina s'abbia di latu quando cammina si butta di lato
ah laria è ...

Havi lu nasu comu un pagghiaru Ha il naso come un pagliaio
quannu chiovi mi ci riparu quando piove mi ci riparo
ah laria è ...

Havi l'occhi a doppiu usu, Ha gli occhi a doppio uso,
unu apertu e l'autru chiusu uno aperto e l'altro chiuso
ah laria è ...

Havi li pedi a piripò, Ha i piedi a piripò, (intraducibile)
quannu camina fa si e no quando cammina fa si e no
ah laria è ...

Havi la vucca nicaredda, Ha la bocca piccolina,
quannu la grapi ci sta 'na guastedda quando la apre diventa enorme
ah laria è ...

Havi la facci di tavulazzu, Ha la faccia dura come il tavolaccio,
sutta lu nasu ci spunta 'u mustazzu sotto il naso le spuntano i baffi
ah laria è ...

Ma di picciuli n'havi assai, Ma di soldi ne ha molti,
ca cummogghiunu tutti li vai che coprono tutti i guai
ah bedda è, cchiù bedda d'idda nun ci 'nn'è nessuna è più bella di lei

Ma iu preju la Maronna Ma io prego la Madonna
d'accuzzarici li jorna di farla morire al più presto
ah laria è ...

Nonostante il contenuto scherzoso questa composizione si presta ugualmente ad alcune considerazioni:
Secondo il senso comune sono le donne che considerano il matrimonio come un mezzo per sistemarsi sposando un uomo se non ricco, almeno benestante; questo avveniva in special modo, o si riteneva che avvenisse, nelle società come quella meridionale, nella quale la situazione economica della donna era quasi sempre indissolubilmente legata a quella di un uomo.
Qui è invece l'uomo che sposa una donna oltremodo brutta per motivi di interesse; questa situazione fa venire in mente il film Divorzio all'italiana di Pietro Germi, nel quale il marito si libera della moglie, che non sopportava più, ricorrendo astutamente al cosiddetto Delitto d'onore.
Per Par condicio si sarebbe dovuta comporre una canzone in cui venisse messa alla berlina la bruttezza del fidanzato, invece paradossalmente è stata composta la canzone Quant'è beddu mastru Vitu.
La parità dei sessi, almeno nelle canzoni dialettali popolari, è ben lontana dall'essere raggiunta.

Introduzione alle canzoni dialettali

Le canzoni dialettali forse non sono inferiori come numero a quelle in lingua italiana, la loro diffusione è però spesso limitata dal ridotto numero dei potenziali acquirenti e intenditori. Fanno però eccezione le canzoni in vernacolo che hanno auto diffusione nazionale e qualche volta internazionale, sia nella versione originale, che in quella tradotta. Una per tutte O Sole mio!.
Ho preferito suddividere, almeno come prima presentazione, le canzoni per temi, anziché per dialetto.

Canzonette salaci
Canzoni d'amore
Canzoni del dolore
Canzoni di tema sociale.

Qualche volta la stessa canzone sarà citata in più di un indice perché coinvolge più temi. di cui uno può essere prevalente o entrambi avere la stessa importanza.

martedì 26 giugno 2007

25 aprile: "La pietà non cancella le responsabilità"

L'espressione del titolo è stata detta da Sergio Cofferati in occasione di una celebrazione del 25 aprile di alcuni anni fa, quando si erano fatti assai pressanti i tentativi di ricerca di una Storia d'Italia condivisa, sostenendo la piena legittimità d'appartenenza ai due gruppi contrapposti di Partigiani ed aderenti alla Repubblica Sociale Italiana. Si è sostenuto che non vi possono essere discriminazioni fra i morti dell'uno e dell'altro fronte, poiché entrambi hanno combattuto per la Patria, ed entrambi debbono essere onorati e ricordati.
I libri poi di Giampaolo Pansa sui crimini commessi dai Partigiani comunisti hanno cercato in qualche modo di insinuare l'idea che i rossi combattessero non per la libertà ma per consegnare l'Italia all'URSS, nonostante ad Yalta si fossero già ben delineate le sfere d'influenza e la nostra nazione appartenesse al blocco degli Alleati Occidentali.
I combattenti partigiani, a prescindere dalle loro convinzioni e dal loro stato d'animo, combattevano, che ne fossero o no consapevoli, per agevolare la liberazione dell'Italia dal nemico nazista invasore, da parte degli eserciti Alleati, statunitensi in testa; quindi combattevano per la propria libertà, ottenuta attraverso il decisivo concorso delle forze Alleate, mentre l'Armata Rossa era impegnata in altri fronti, dall'Italia assai lontani.
Gli aderenti alla RSI, comprese le Brigate Nere e le famigerate SS Italiane (quest'ultime composte da circa ventimila unità) combattevano, a prescindere dalla loro consapevolezza, per agevolare l'aggressione dell'invasore tedesco dei nostri territori, dei quali si era annesso quasi tutto il Triveneto, quindi combattevano contro la propria Patria, per un malinteso e grottesco senso dell'onore nei confronti del vecchio alleato, che di onore e di rispetto aveva ampiamente dimostrato che non facesse parte della propria concezione della vita, interamente basata sul disprezzo della dignità umana e della libertà dei popoli.
Quindi senza una esplicita ammissione di aver combattuto, seppure inconsapevolmente, per oltraggiare la Patria e non per onorarla, non può esistere alcuna Storia condivisa, poiché come bene ha detto Cofferati, la pietà doverosa per i morti non può cancellare le atroci responsabilità e corresponsabilità di cui si sono macchiati tanti italiani morendo gridando il nome della Patria da loro stessi oltraggiata.

sabato 23 giugno 2007

Don Milani: L'obbedienza non è più una virtù.

Ricorre il 26 giugno il quarantesimo anniversario della morte di Don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana
L’obbedienza non è una virtù è il titolo della Risposta ai cappellani militari che avevano pubblicamente definito “la cosiddetta “obiezione di coscienza” come espressione di viltà, insulto alla patria ed ai suoi caduti ed estranea al comandamento cristiano dell’amore”.
Don Milani critica la suddivisione degli uomini in italiani e stranieri e rivendica il diritto di “dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro”.
Tutta la non lunga, ma intensa, vita di Don Milani fu interamente dedicata al sostegno della prima categoria, attraverso la strenua lotta contro le discriminazioni di classe, sorretta dalla consapevolezza che l’ignoranza fosse il principale nemico delle classi povere. Quindi l’istruzione come principale mezzo per uscire da una situazione di umiliante subalternità culturale e sociale.
In questo contesto l’obbedienza ai poteri costituiti non viene più considerata una virtù perché la storia passata e contemporanea era stata interamente caratterizzata da convinzioni e comportamenti che avevano recato offesa, e ancora arrecavano offesa, a Dio, violando i principi di amore e solidarietà che sono alla base del Cristianesimo.
Obbedire sempre a Dio, ma a Cesare soltanto quando non entra in rotta di collisione con il volere di Dio. Quindi gli obiettori di coscienza sono considerati da don Lorenzo non dei vigliacchi ma degli uomini totalmente coerenti ai principi cristiani, per l’osservanza dei quali pagano il duro prezzo del disprezzo e della prigionia.
Gli esempi di scellerata dedizione a Cesare, contro la volontà di Dio sono assai numerosi in questa risposta, ne ricorderò soltanto uno:
La strage di Milano ad opera del generale Bava Beccaris, poi decorato per questa valorosa impresa. Don Milani sostiene che i soldati si sarebbero dovuti rifiutare di sparare sulla folla inerme, avrebbero insomma dovuto “obiettare”. Nessuno di essi lo fece e quindi tutti sono andati contro il volere di Dio.
E’ curioso come Don Milani ignorasse che invece ci fu un militare che si oppose all’ordine e pagò il suo gesto generoso con la vita. Un altro militare perse invece la vita cadendo sotto il “fuoco amico”.
Si sente spesso ripetere che non si debbono catalogare i morti come morti di serie A e morti di serie B, ma nel caso indicato non si possono mettere le due morti sullo stesso piano: uno è morto obbedendo a Dio, l’altro ad un infame e scriteriato Cesare.
Questi ultimi dati storici sono riportati da Arrigo Petacco in Storia Illustrata N. 365 aprile 1988 “Darò una lezione alla plebaglia”.
Il vaticanista Alceste Santini, in un breve ma intenso articolo sul Giornale di Sardegna del 17 giugno, auspica una riabilitazione del sacerdote e delle sue opere.
Don Milani fu molto odiato ma anche molto amato, ebbe molti detrattori, ma anche molti estimatori, fra i quali spiccano Padre Ernesto Balducci e Padre Davide Maria Turoldo.
Di Papa Giovanni Paolo II l’atto che ho maggiormente apprezzato è quello di aver chiesto perdono al popolo ebraico, sono convinto che il papa attuale dovrebbe se non proprio chiedere perdono, almeno ammettere l’errore di non aver compreso il valore di un prete che operò sempre con l’intento di fare nient’altro che il volere di Dio.

sabato 16 giugno 2007

Inaugurazione del mio Blog

Il mio incontro con i proverbi risale ai primissimi anni della mia vita, attraverso l’ascolto dei dialoghi dei miei nonni, dei miei genitori, dei miei zii, tutti costellati da numerosi proverbi, anzi sui proverbi tutti costruiti, quasi come un edificio che si appoggia alle fondamenta.
L’ascolto dei proverbi ha quindi caratterizzato tutto il mio percorso di vita, dalla primissima infanzia alla fanciullezza e all’adolescenza.
Tutto avrei potuto immaginare, tranne che sarebbe proseguito passando dalla mia isola natale alla mia isola d’adozione. Nel lontano 1970, per motivi di lavoro, sono approdato in Sardegna e, con il consolidamento degli affetti, attraverso l’incontro con la mia futura moglie e i suoi numerosi parenti, il cammino attraverso i proverbi è proseguito lungo tre direttrici linguistiche: il siciliano, il sardo, l’italiano.
La vita si è poi presto incontrata con la letteratura, per via degli studi di mia moglie, la cui tesi di laurea (coincidenza?) riguardava proprio i numerosi proverbi nei Malavoglia di Verga.
E proprio l’intreccio fra vita e letteratura ha costituito l’aspetto più seducente della mia passione per i proverbi, che, spero, anche con i contributi dei partecipanti a questo blog, possa diventare una passione condivisa da molti.
Last but not least, un apprezzamento e un ringraziamento al nostro Webmaster LF, ideatore e realizzatore del format di questo blog, che ha unito alla considerevole perizia tecnica, la preziosa funzione di stimolo ed approfondimento culturale.

Esseri affascinanti, i libri


venerdì 15 giugno 2007

Introduzione ai Proverbi

Possiamo innanzitutto distinguere due tipi fondamentali di proverbi: quelli normativi e quelli constatativi. I primi indicano delle norme, dei comportamenti da seguire, e hanno spesso lo scopo di indurre in chi li ascolta un comportamento conforme all'enunciazione pena la pubblica disapprovazione: mogli e buoi dei paesi tuoi, risulta quasi un ammonimento a non ammogliarsi con donne di paesi diversi se si vogliono evitare rischi di matrimoni fallimentari. Il secondo tipo di proverbi induce in chi lo ascolta quasi un atteggiamento di rassegnazione nei confronti delle avversità della vita: il mare è amaro e il marinaio muore in mare; questo proverbio dei Malavoglia di Verga sembra invitare alla rassegnazione, a saper accettare le luttuose conseguenze da parte di chi è destinato a fare il pescatore o il marinaio.
La distinzione tra proverbi normativi e proverbi constatativi è tratta dalla tesi di laurea " I Proverbi nei Malavoglia di Giovanni Verga".
Tale distinzione permette di distinguere i ruoli dei protagonisti che pronunciano proverbi: il denominatore che accomuna non solo i proverbi tratti dai Malavoglia, ma anche di altre opere letterarie e di saggistica è appunto il differente ruolo sociale dei personaggi che ricorrono all'uso di proverbi normativi. Salvo eccezioni sono sempre i ceti dominanti che fanno uso di tali proverbi, e quasi sempre con lo scopo di ribadire la loro netta supremazia sociale. I proverbi adoperati prevalentemente dal popolo sono di tipo constatativo ed esprimono quasi sempre un senso di rassegnazione sui mali della vita e sulla impossibilità di migliorare la propria condizione. Spesso quindi i proverbi hanno un carattere spiccatamente conservatore se non schiettamente reazionario.
"I poveri e i ricchi li fece il Signore", quindi tentare di cambiare la propria condizione economica e/o sociale equivale ad andare contro la volontà di Dio. "Uno deve stare dove la Provvidenza l'ha messo" e Sciascia, con una virgola, unisce questo proverbio con un altro altrettanto perentorio:
"Il povero che fa il superbo sempre male finisce". A pronunciare questi due proverbi unificati, ovviamente è una donna appartenente al ceto dominante.
Non mancano però i proverbi che accompagnano le stagioni in relazione al lavoro nelle campagne o in mare: spesso rappresentano dei consigli, delle norme dettate dall'esperienza, ed hanno lo scopo di sfruttare al meglio le magre risorse disponibili, per ottenere il massimo dal raccolto o dalla pesca.
L'uso di quest'ultimo tipo di proverbi non incide però minimamente sugli assetti politico-sociali esistenti e non desta la minima preoccupazione nei ceti dominanti, che non hanno alcuna difficoltà a farne uso.
Non tutti i proverbi inseriti nel sito hanno un riscontro letterario; qualcuno, che mi è sembrato particolarmente espressivo, deriva da raccolte di proverbi, altri da fonti orali dirette, di cui talvolta descriverò l'occasione in cui li ho uditi pronunciare

La Tesi


La Mia CompagnaUna regola vigente fino a poco tempo fa stabiliva che la moglie dovesse seguire il marito; la consuetudine aggiungeva a questo dovere anche quello più gravoso di condividerne stile di vita, se non addirittura concezione della vita e visione del mondo, oltre, beninteso, i giudizi e pregiudizi. Non mi sono mai attenuto né alla regola né alla consuetudine; nel rapporto di coppia ha prevalso un equilibrio quasi perfetto che ha permesso un reciproco arricchimento morale e culturale. A questo principio mi sono ispirato anche per quanto riguarda gli scambi culturali. La mia consueta frequentazione con l’ascolto (più che l’uso personale) è stata arricchita dagli studi di paremiologia di mia moglie che ha trovato naturale sbocco nellla sua tesi di laurea su ‘I Proverbi nei Malavoglia di Verga’, della quale ho pubblicato una prima parte rendendo omaggio all’argomento trattato in questo blog e soprattutto alle passioni della mia vita.

I Proverbi nei Malavoglia di Giovanni Verga - Parte I°

Il Dialetto restringe la vita?

Lo scrittore Alberto Savinio nel suo libro “Ascolto il tuo cuore, città” dedicato alla città di Milano, dedica due paginette incandescenti contro l’uso e l’abuso dei dialetti:
“Il dialetto restringe la vita, la rimpicciolisce, la puerizza”
E a sostegno della sua tesi chiama in causa il grande critico letterario Francesco De Sanctis: “Con lo scemare della coltura prevalsero i dialetti” …
Ancora Savinio:
“Il dialetto è una delle espressioni più dirette dell’egoismo familiare, di quel "familismo" che è origine di tutto il male, di tutte le miserie che deturpano l’umanità” …
Inesorabile:
“Chi parla in dialetto vede uomini e cose in formato ridotto”
Incontentabile:
“Pure, la costoro lingua (dei veneziani, bontà sua non lo chiama dialetto) … fa pensare ad un pasto senza pane”

Ma hanno davvero sbagliato quei critici letterari che hanno fatto assurgere due poeti dialettali, il Porta ed il Belli, a grandi della letteratura italiana?
Sono davvero così puerili le commedie “Liolà”, “Il berretto a sonagli” “Pensaci Giacomino” pubblicate e rappresentate parecchie volte, originariamente in dialetto siciliano? E cosa ha spinto lo stesso Pirandello a tradurre in siciliano la commedia “La giara”, prima pubblicata in lingua italiana? E per quale bizzarria la Compagnia del Teatro Stabile di Catania ha rappresentato a Londra Liolà in dialetto siciliano, con l’indimenticato Turi Ferro protagonista?

E’ davvero un uomo in formato ridotto Turiddu Carnevale, “picciottu socialista” cantato dal poeta dialettale siciliano (scusate la monotonia) Ignazio Buttitta, nella struggente poesia “Lamentu in morti di Turiddu Carnevale” che richiama, e non in tono minore, la famosa poesia di Garcia Lorca “Alle cinque della sera”?

Dopo tante domande retoriche una poesia dello stesso Buttitta a difesa del dialetto: da "Io faccio il poeta", Milano, Feltrinelli, 1972

Un populu Un popolo
mittitulu a catina mettetelo in catene
attuppatici a vucca, tappategli la bocca,
è ancora libiru , è ancora libero,

Livatici u travagghiu Toglietegli il lavoro
u passaportu il passaporto
a tavula unni mancia la tavola dove mangia
u lettu unni dormi, il letto dove dorme,
è ancora riccu è ancora ricco

Un populu Un popolo
diventa poviru e servu diventa povero e servo,
quannu ci arrobbanu a lingua quando gli rubano la lingua
addutata di patri: avuta in dote dai padri:
è persu pi sempri. è perso per sempre.

I Proverbi 'corrotti'

Giuseppe Giusti, nella prefazione alla sua monumentale raccolta di proverbi, rimprovera agli scrittori di aver "corrotto" la versione originaria dei proverbi, sottraendogli così la naturale freschezza e spontaneità che li contraddistingueva. D'altra parte lo stesso popolo, o chi al popolo ha trasmesso i proverbi originari, ha creato numerose varianti, a volte di significato simile, ma qualche volta in aperta contraddizione col primitivo enunciato. Vasco Pratolini ne "Le ragazze di Sanfrediano" sostiene che la contraddittorietà dei proverbi è proprio il segno della verità che essi esprimono. Io ritengo che i detti, i proverbi, esprimano più che la saggezza dei popoli, le loro convinzioni, la loro esperienza: l'arguzia ma anche l'ingenuità, la fede ma anche la superstizione, la loro personalità ma anche i pesanti condizionamenti a cui sono stati sottoposti. Gli scrittori non sempre riportano i proverbi nella loro versione originale: specialmente quando non sono introdotti dal discorso diretto, vengono piegati alle esigenze stilistiche o ai contenuti che si vogliano esprimere. Giampaolo Pansa ne " Il malloppo" stravolge completamente il proverbio: "Meglio soli che male accompagnati" in "Meglio male accompagnati che soli". Non lo fa unicamente per puro spirito di contraddizione, ma per sottolineare che, nell'intreccio fra mondo della politica e mondo degli affari, le cattive compagnie possono rivelarsi fonte di alti illeciti guadagni (il malloppo appunto), attraverso la diffusa pratica della corruzione o della concussione. Il filosofo Nietzsche in "Così parlò Zarathustra", sottolinea il predominio della borghesia mercantile, parafrasando il proverbio: "L'uomo propone e Dio dispone", sostituendo l'uomo con il principe e Dio con il mercante: "Il principe propone, e il mercante dispone". Da "La miglior vendetta è il perdono", lo storico catanese Santi Correnti ha tratto il titolo di un libro sul linguaggio della mafia: "ll miglior perdono è la vendetta". E, per rimanere in Sicilia, Gesualdo Bufalino in "Bluff di parole" ha tratto "Il Dio frettoloso fa gli uomini ciechi" da "La gatta frettolosa fa i gattini ciechi". "Al cuore non si comanda" diventa "Alla paura non si comanda" in Gaetano Salvemini, I partiti politici milanesi nel secolo XIX . La paura è tutta di Carlo Alberto , re di Sardegna, doppiamente terrorizzato dall'Austria e dalla Rivoluzione.

- Chi prima arriva meglio alloggia.
- Chi tardi arriva male alloggia.
- Chi tardi arriva ... risparmia.

- Chi trova un amico, trova un tesoro.
- Chi trova un tesoro, trova gli amici. (Giuseppe Fumagalli)

Lingua e dialetto nella letteratura

A mio parere non si deve considerare tutto ciò che viene espresso in lingua italiana come cultura alta e ciò che viene espresso nei vari dialetti d’Italia come cultura bassa, ma la validità artistica e culturale di uno scritto, di un film o di una canzone, si deve giudicare in base alle caratteristiche formali e di contenuto.
A parte gli argomenti scientifici, che difficilmente troverebbero una piena esplicazione nei dialetti, tutto ciò che concerne la narrativa ( in particolare i racconti), la poesia, la filosofia e tutto ciò che comprende le cosiddette scienze umane, può benissimo essere espresso sia in lingua che in dialetto.
A volte i risultati migliori sono stati ottenuti con un sapiente dosaggio di lingua e dialetto nella stessa composizione artistica. L’esempio più calzante a quanto detto è rappresentato dal film “La terra trema” di Luchino Visconti, ispirato ai Malavoglia di Verga, ma attualizzato all’Acitrezza degli ultimi anni quaranta, con protagonisti assoluti i pescatori del piccolo comune marinaro. I dialoghi, interamente in stretto dialetto catanese sono accompagnati dalla voce esplicativa fuori campo in lingua italiana: viene raggiunto simultaneamente lo scopo di una verosimiglianza assoluta delle vicende narrate con una soddisfacente comprensione da parte di chi non conosce il dialetto siciliano.
Nel romanzo “Il bell’Antonio” di Vitaliano Brancati i dialoghi sono spesso trascritti in dialetto catanese e tradotti, riuscendo così a contemperare l’effetto del “colore locale” con la piena comprensione del testo. Dello stesso autore nel “Don Giovanni in Sicilia” sono riprodotti alcuni modi di dire, tipicamente catanesi, direttamente tradotti in lingua, ad esempio:

“Armarci la farsa”
“Essere presi dalla bomba”

Alcuni autori sardi, come Gavino Ledda in “Padre padrone” e “Lingua di Falce” e Giovanni Firinu in “La stagione del fango” hanno seguito un procedimento simile, avendo anche Ledda avuto l’accortezza di inserire un glossario esplicativo a fine libro. Salvatore Niffoi, altro scrittore sardo, ha utilizzato un linguaggio fortemente impregnato di dialettismi molto locali, raggiungendo una notevole efficacia espressiva; unica pecca quella di non aver inserito un glossario esplicativo alla fine dei suoi romanzi, come invece ha fatto Gavino Ledda.
Ritornando agli scrittori siciliani, grande fortuna hanno avuto, ed hanno ancora, i libri di Andrea Camilleri, nei quali viene adoperata una lingua frammista ad elementi dialettali alquanto “arrotondati” per poter essere comprensibili da tutti.

I Proverbi nei Malavoglia di G.Verga

I Proverbi nei Malavoglia di Giovanni Verga.
Tesi di Laurea in Materie Letterarie
c/o la Facoltà di Magistero
dell'Università degli Studi di Cagliari
Anno Accademico 1977-78
della Prof.ssa Modesta Frigau
Relatrice Prof.ssa Luisa Mulas

Parte I°

L'attenzione della letteratura nei confronti degli "umili", sorge in concomitanza allo sviluppo degli studi demologici e si iscrive nella tradizione narrativa italiana che va dal Manzoni, alla Percoto, al Nievo. Sebbene l'atteggiamento del Manzoni nei confronti degli "umili" venga definito da Gramsci "non nazional-popolare", ma "aristocratico" (1), e il Cocchiara sostenga che "gli umili" del Manzoni, della Percoto e del Nievo non sono gli umili del Verga (2), il Manzoni fu "il primo a far entrare gli umili nel romanzo" (3) e sotto questo aspetto "è molto piu' vicino al Verga di quanto non lo sia lo Zola, che vede nei suoi personaggi quasi cavie da esperimento" (4). Il Manzoni, infatti, avvertì l'esigenza di adoperare una lingua che determinasse "il difficile e complesso passaggio da una letteratura d'elite ad una letteratura popolare e nazionale" (5) e capovolgesse la situazione di privilegio della tradizione aulica con l'intento di rendere piu' naturale e spontanea la nostra prosa e riproporre in termini nuovi il rapporto tra lingua letteraria e lingua dell'uso, tra italiano e dialetto" (6).
L'arte del Verga quindi, « se pur stimolata da un movimento europeo, quale fu il naturalismo (...) potremmo però farla scaturire da quel gusto del popolare, la cui presenza precede il Manzoni e i manzoniani e che ora assumerà una nuova prospettiva (...) e dall'influenza tutt'altro che trascurabile degli studi delle tradizioni popolari allora fiorenti » (7) . L'interesse verso il mondo popolare della cultura romantica ottocentesca fu caratterizzato dalla « esaltazione della "spontaneità" della poesia popolare contro "l'artificiosità" di quella d'arte, (...) collocando i valori più alti proprio là dove si negava che potessero essere: nel popolo » (8) . Questa posizione romantica, al di là degli intenti conservatori,in quanto « nell'alternativa tra il popolo come classe rivendicante il proprio diritto a governarsi da sé e ad avanzare sulla via del progresso e il popolo come primitività, attaccamento alle vecchie e buone usanze, sceglie sostanzialmente il medioevo ed esercita una influenza sempre più arretrata e negativa, a mano a mano che l'unificazione statale si realizza, ed a mano a mano che i contrasti sociali si vengono accentuando » (9), dà l'avvio allo studio dei fatti folklorici e segna l'affacciarsi del mondo popolare nella cultura dominante. Da parte degli studiosi di folklore fu avvertita l'esigenza di individuare nella produzione e nella circolazione dei fatti folklorici il ruolo o la portata delle classi dominanti e delle classi subalterne e le interazioni nei processi di ascesa e di discesa da una classe all'altra, gli adattamenti e le rielaborazioni dei fatti folklorici secondo i propri interessi e modi di sentire.
Tale esigenza appare evidente anche dalle raccolte di proverbi, nelle quali viene affrontato il problema riguardante la forma originaria dei proverbi, e la loro origine se culta o popolare.
Vincenzo Bondice, nella prefazione alla sua Raccolta di Proverbii siciliani in ottave, si chiede: "Nasce in me un altro desio di sapere se questi proverbi nacquero così a versi rimati come si dicono, affinchè si potessero con facilità a memoria ritenere; oppure sono essi chiusure di canzoni che gli antichi componevano, e facevano terminare con tali motti. Io abbraccerei questa ultima opinione a creder mio, mentre la rima affine, detta dai latini "similiter cadens" che conservano quasi tutti i proverbi, ci fa sospettare che fossero dei versi come rimasti da tante ottave" (10).
Ad avvalorare la tesi del Bondice sta il fatto che oltre alla sua stessa Raccolta rimata in ottave:

"Quannu 'mpignata a miu favuri tuttaEra furtuna, mia pirsuna accettaEra ad ognunu, e quasi a la sdirruttaLu meghiu mi jittava la silletta;Ora, ca già vutavi a testa suttaLu chiù tintu mi sputa, e chiù m'appretta;cc'è ntra stu munnu ahimè! 'usanza brutta:Ad arvulu cadutu accetta accetta" (11).

in ottave sono quasi tutte le raccolte di proverbi siciliani, da quella antica di Antonio Veneziano, citata nella bibliografia della Raccolta del Pitrè (edizione 1880) e datata 1628, a quelle dell'abate Paolo di Catania, e dell'abate Santo Rapisarda:

"Si la sorti si metti 'tra la sdittaCu la sciabula a manu, e la scupetta, Di l'omu sfurtunatu fa vinnitta, E prestu a varva all'aria lu jetta; Sazia non mai sarrà di sua scunfitta, Si prima di ogni Seni non l'annetta, Pirchì c'è dda sintenza maliditta Ad arvulu cadutu accetta accetta" (12).

Ma da un attento esame delle raccolte, risulta che non tutti i proverbi sono collocati a chiusura di ottave, infatti nella raccolta di Cervantes(pseudonimo di Agatino Perrotta), La scienza di lù ngnuranti, vengono riportati a chiusura di suoi componimenti costituiti da dieci endecasillabi (una quartina+ 2 terzine):

"Sino a quannu la sorti ti va diritta A la cunnutta tò nuddu ci varda; Ma si cancia e ti veni la sditta, La calunnia ti jetta la laparda. L'omu quannu si timi si rispetta, Pirchì guarda la vigna lu timuri, E non havi bisognu di scupetta.Ma a lu cadutu la so' petra jetta Ognunu, e sfova lu anticu rancuri: Ad arvulu cadutu accetta accetta" (13).

Per quanto riguarda il problema dell'origine, se culta o popolare, dei proverbi la soluzione non sembra univoca. Già da alcuni cenni biografici del Pitrè tiportati dalla Alaimo, si può rilevare un duplice interesse documentario rivolto sia agli "studi sul campo" sia alle "ricerche di Biblioteca". La passione per i proverbi sorse in Pitrè fin dall'infabzia: "lo stimolava e sorreggeva una vocazione prepotente, nata dall'ammirazione affascinata con cui, durante l'adolescenza, egli aveva ascoltato i numerosi familiari ed amici che infioravano di proverbi ogni discorso" (14); ma altrettanto forte è l'attrazione per le raccolte di proverbi: "in collegio s'imbattè nella Raccolta di proverbi Toscani del Giusti" (15).
L'ampia bibliografia che troviamo nella raccolta del 1880, dimostra la solida preparazione libresca del Pitrè. Analogo è però il desiderio di documentarsi dalla "viva voce del popolo", come dimostra una lettera ad un amico, dell'11 ottobre 1876, nella quale "si intuisce che il Pitrè aveva concordato con l'amico a cui essa è indirizzata, una gita a Cianciana (provincia di Agrigento), dove quest'amico svolgeva funzioni di notaio e di sindaco, lo desiderava da tempo suo ospite ed egli teneva a recarsi sperando probabilmente di potervi fare incontri fruttuosi fra la gente che in quella stagione attendeva alla vendemmia" (16).
Nella prefazione alla raccolta sopra citata, il Pitrè cerca di fare un bilancio delle pubblicazioni di proverbi asserendo che tutte insieme potrebbero fornire un grande numero di proverbi tra loro uguali e "quattro in cinquemila proverbi differenti l'uno dall'altro; perché o l'una ha servito di modello all'altra: e allora i proverbi differenti non potranno essere molto numerosi, o l'una dall'altra è stata indipendentemente compilata; e allora niente di più facile, che attingendo alla bocca del popolo, il raccoglitore si sia avvenuto negli stessi proverbi che altri udì e pubblicò prima di lui" (17).
Quindi dal Pitrè sono formulate due ipotesi: 1) la documentazione "dal vivo" dei raccoglitori dei proverbi;2) la reciproca influenza delle raccolte di proverbi.
Vincenzo Bondice nella prefazione alla sua raccolta così scrive: "Più centinaia (di proverbi) ne scrisse il Marracalese Paolo di Catania; più centinaia il Chiar. Sac. Santo Rapisarda; ma sono essi que' tutti, che dagli antichi abbiamo ricevuti? No; di dì in dì ne ascoltiamo con nostra sorpresa uscir dal labbro del volgo dei nuovi tutti curiosi e frizzanti e sempre più va ad accrescersi a dismisura il loro catalogo" (18).
Nella ricerca dei proverbi sembra prevalere in Rapisarda la documentazione "dal vivo" su quella "libresca": "... nelle ore di ozio datemi a spigolar qua e là in bocca del volgo una larga messe de' migliori tra questi (proverbi) ... (19); però egli riconosce l'importanza degli studi dell'abate Paolo di Catania e di Antonio Veneziano, e seguendo il loro esempio colloca i proverbi in chiusura di ottave composte da lui: "Più di un nostro poeta si è impegnato a riunirli, ravvolgendo cadaun di essi nel corredo di altre massime nella stesa di un'ottava cui chiude esso proverbio. L'abate Paolo di Catania, ed Antonio veneziano furono i primi che s'indussero a tentar cosiffatto lavoro..." (20)
Tuttavia il desiderio del Pitrè e di altri raccoglitori di proverbi, di documentarsi dalla "bocca del popolo" e il credere che proprio quelli inventati dal popolo siano: "più curiosi e frizzanti" appare inficiato dal paternalismo che caratterizza il popolismo romantico.
Nell'opera del Pitrè "manca ogni reale collegamento tra le indagini folkloriche che egli conduce tra i contadini di Sicilia e quella questione meridionale che allora si veniva proponendo in tutta la sua gravità" (21).

Proverbi del mese

Raccolta dei proverbi del mese pubblicati

Giugno

San Vito, la moglie batte il marito.
Per san Vito il merlo becca moglie e marito.
La rugiada di san Giovanni tira via tutti i malanni.
San Giovanni non vuole inganni.
Quando canta la cicala; taglia, taglia, al padrone il grano e al contadino la paglia.
Quando cantano le cicale il cuculo smette di cantare.




Luglio

Luglio asciutto, vino e prosciutto.
Nel mese di luglio il sole fa andar via ogni dolore.
Prega santa Liberata (20 luglio) perché l'uscita sia come l'entrata.
Luglio dal gran caldo, bevi bene e batti saldo.
Nel luglio è ricca la terra, ma povero il mare.
Luglio poltrone porta la zucca col melone.
San Giacomo dei meloni (25 luglio).
In July Shear your rye.
In July Some reap rye.



Agosto

Ad agosto vedrò ciò che ho posto.
Ad agosto olio, miele e mosto.
Il mese d'agosto la capra arrosto.
San Lorenzo (10 agosto) : cadono le stelle.
D'agosto cento ne ho e una ne mostro.
A fog in August indicates a severe winter and plenty of snow.
Dry August and warm / Doth harvest no harm.


Settembre


A settembre si taglia ciò che pende.
Quando il villano è sul fico, non conosce parente nè amico.
Brache, tela e meloni, di settembre non son più buoni.
Melanzane e meloni a settembre son più buoni.
A san Matteo (21 settembre) tanto è la notte quanto il giorno.
Chi nasce in settembre ama le donne e il vino.
Settembre non leva e non rende.
Settembre toglie, non rende.
September rain good for crops and vines.
St. Matthee, / Shut up the bee.

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