Benvenuti. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta ne è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio e stabilire se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede definire l'origine di un proverbio o di un aforisma quanto piuttosto risalire alle motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l'uso più o meno frequente.

Della mia passione e delle mie ricerche sull'argomento e non solo su questo, cercherò di scrivere e divagare ringraziando anticipatamente quanti vorranno interagire e offrire spunti per sviluppare il tema col proprio personale e gradito contributo.

I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura

giovedì 18 novembre 2010

Il fegato non è carne, ovvero: del negare l'evidenza

"Il fegato non è carne", 'come disse un prete sorpreso a mangiare fegato un venerdì santo'
Questo wellerismo viene pronunciato da un prete sorpreso da un parrocchiano a mangiare carne di venerdì, nel patetico tentativo di difendersi dall'accusa di "predicare bene e razzolare male" rivoltale esplicitamente dal suo parrocchiano. Pur di non ammettere la trasgressione il religioso (sic) tenta di difendersi negando che il fegato possa essere catalogato come appartenente alle carni.
Si può affermare che non di rado nelle relazioni interpersonali si fa ricorso a giustificazioni al limite dell'impossibile come ad esempio si ricava da una canzone spiritosa "non è un capello ma un crine di cavallo caduto sul gilè"; così tenta inutilmente di discolparsi un marito di fronte ad una moglie giustamente gelosa.
Nelle relazioni politiche e nelle relazioni tra gli stati il negare l'evidenza ricorrendo a penosi stratagemmi come quello del poco austero prete rappresenta più una regola che un'eccezione. "Il lavoro nero non è sfruttamento": una affermazione del genere sarebbe sta improponibile negli anni Settanta, oggi invece, di fronte alla crisi dell'occupazione, si tenta per far passare per fortunati coloro che hanno uno straccio di lavoro rispetto a chi ne è totalmente sprovvisto, affermando assiomaticamente che un pessimo lavoro, per giunta nero e precario, è meglio dell'assenza del lavoro, come dire che essere vivi, pur se malandati, è meglio che esere morti. I colonialisti hanno cercato di dimostrare che il Colonialismo ha comunque portato dei benefici ai paesi colonizzati per cui anch'essi sostengono che "il fegato non è carne", ovvero "il colonialismo non è sfruttamento e schiavitù", ma addirittura liberazione dalla miseria e dall'ignoranza.
Che dire della corruzione, che si tenta di far passare per liberali elargizioni, sostenendo anche qui metaforicamente ma poi non troppo, che "il fegato non è carne".
A queste assurde dis-omologazioni ricorrono assai spesso giornalisti del calibro di Belpietro, Feltri, e politici del calibro di Bondi, portavoce della mediocrità di quell'innominabile ex-radicale, del re dei giornalisti televisivi Bruno Vespa, i quali usano stemperare, attenuare, negare, attribuire ad altri, rimandare al mittente, colpe che invece sono attribuibili interamente o in gran parte alla cricca e al sovrano della cricca; per cui pagare dei giudici o dei testimoni per aggiustare processi per loro equivale a semplici pagamenti per legittime prestazioni professionali, anche per loro "il fegato non è carne", ovvero "pagare per difendersi dai processi non è corruzione".
Per onore di cronaca cito anche Emilio Fede, che non ho voluto coinvolgere perché "al cuore non si comanda", e quindi i numerosissimi ricorsi ad escamotage, tipo - il fegato non è carne - in lui non sono mai dettati da mala-fede, ma da pura e semplice incommensurabile Fede.

lunedì 18 ottobre 2010

Mezzo pieno o mezzo vuoto?

Mi riferisco all'uso della metafora per indicare la propensione all'ottimismo e la propensione al pessimismo. Nei dibattiti politici questa metafora viene usata moltissimo dal petulante Lupi, a testimonianza che l'azione del governo del fare ha realizzato brillantemente almeno metà degli obiettivi con cui si era presentata agli elettori e che coloro che mettevano in risalto gli obiettivi mancati non avevano l'onestà intellettuale di ammettere che almeno la metà degli obiettivi in questione era stata brillantemente raggiunta, nonostante i grossi ostacoli che si erano frapposti lungo il cammino. Gli avversari politici vedevano insomma solo la metà del bicchiere vuota ignorando la metà piena. Rimanendo in metafora ma guardando il bicchiere dal punto di vista dei cittadini e non dei politici, mi sento di osservare che non tutti i bicchieri sono uguali: sono diversi per dimensione, per qualità del vetro e, sopra tutto, per il liquido che vi viene versato e poi, prevedibilmente, bevuto. Il bicchiere del ricco o benestante può essere anche un bicchiere plurimo, ad esempio uno per l'acqua, uno per il vino, un altro per il liquore, tutti comunque di pregiata fattura; il bicchiere del povero, quasi sempre di qualità dozzinale, unico per tutto il pasto, del tutto mancante per le pause di meditazione. Sulla qualità del liquido si va dal Brunello di Montalcino al vino spunto, con quale ripartizione vi lascio immaginare. La quantità del vino può però trarre in inganno, il ricco o benestante non riempie mai il bicchiere fin quasi l'orlo, non è fine, il povero lo riempie fin quasi a traboccare e lo tracanna d'un fiato, consapevole che può essere il suo ultimo bicchiere. Il ricco ha una fornitissima cantina a disposizione, il povero a malapena uno sgabuzzino dove riporre i logori strumenti di lavoro. Il su citato Lupi indulge anche spesso a nominare il teatrino della politica, dove si cimenterebbero dei burattini sospesi a dei fili manovrati da un abile burattinaio, prezzolato da un ancor più abile padrone. Il pluri citato Lupi si considera un abile burattinaio, da cui avrei immenso orrore d'essere manovrato.

domenica 26 settembre 2010

Amico con tutti (o di tutti), fedele a nessuno.

Nel tentativo di conciliare la gestione dell'account in FB e del mio blog, mi sono a volte comportato come l'asino di Buridano (incerto nel mangiare da una ciotola o da un altra morì di fame), da quale mi differenzio solo(?) per la coltivata capacità di fare testa o croce e quindi, quando avrò delle incertezze su dove pubblicare i miei post, farò testa o croce e inizierò a mangiare da una ciotola a caso.
Dopo questo ozioso preambolo passo al sodo.
Il proverbio del titolo si adatta perfettamente al nostro connazionale vivente più amato e più odiato, più osannato e più deriso, senz'altro protagonista, nel bene e nel male, delle pagine dei giornali, delle radio e TV d'talia, d'Europa e forse del mondo.
Mi riferisco, mi vergogno a dirlo, a B., al re Silvio.
Amico di tutti quelli che tengono le redini della politica nel mondo, nemico giurato dei comunisti e di quanti non si genuflettono di fronte alla indiscussa e indiscutibile, totalizzante e totalitaria, supremazia del Mercato, spietatamente liberista.
Amico di Bush e di Obama, ma anche, veltronianamente, di Putin e di Gheddafi: dall'eterna riconoscenza agli USA per aver liberato l'Europa da nazismo, alla solidarietà a Putin per la spietata, criminale, lotta contro il popolo ceceno, qualificato da Putin e B. come terrorista, al "baciamo le mani" a Gheddafi, dopo aver riconosciuto i crimini del colonialismo fascista in Libia.
Amico di tutti equivale ad essere amico di nessuno, per cui riesce difficile anche ad un uomo di talento che sprizza genialità da tutti i pori e da tutti i denti (come B. viene pontificato dai suoi zelanti e servili sostenitori e come si auto-qualifica), riuscire a conciliare l'inconciliabile.
Come ha fatto notare l'amico Pietro Ancona in un suo recente post, le "simpatie" di B. per Putin e Gheddafi gli hanno alienato il sostegno USA, hanno fatto precipitare l'indice di gradimento USA nei suoi confronti e poiché "non si muove foglia che USA non voglia", il primato politico di B. si è incrinato a favore di Fini, verso il quale B. ha scatenato una campagna infamante su veri o presunti interessi privati in atti politici, come dire: "Il bue che dice cornuto all'asino".
B., amico di tutti nei confronti del popolo dei fessi che lo ha votato, popolo fedelmente ingannato con l'elargizione di piccoli illusori vantaggi e con notevoli espropri di risorse e di servizi essenziali, dal mondo del lavoro all'istruzione, alla mancata tutela del territorio, oggetto di vergognose speculazioni.

giovedì 29 luglio 2010

RES PUBLICA e Res privata

dal film Baarìa
L'oratore si pone una domanda retorica:
Per chi sta il re?
Il re sta per gli affari suoi.
Per chi sta il re pubblico?
Il re pubblico sta per gli affari di tutti.
"Gli affari di tutti" hanno vinto e
l'articolo 41 della Costituzione Italiana:
"L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale" deve "essere indirizzata e coordinata a fini sociali".
I revisori della Costituzione vogliono abolire la parte riguardante i fini e l'utilità sociale, vogliono fare gli affari del re (e dei suoi cortigiani) e non gli affari di tutti.

lunedì 19 luglio 2010

Mangano: eroe del nostro tempo

Eroe del nostro tempo è colui che sceglie coraggiosamente di mentire, condannandosi, che di dire la verità, salvandosi.
Scusatemi! Mi sono lasciato trascinare dal gusto del paradosso, che non mi consente di affermare categoricamente se Mangano sia stato un vero eroe del nostro o d'altri tempi, o d'entrambi.
Mi sento però di affermare in tutta coscienza e, con la pohissima ma genuina scienza che mi arrogo di possedere, che persone come Giovanni e Maria Falcone, Paolo e Salvatore Borsellino, Giuseppe e Claudio Fava, Peppino Impastato, don Pino Puglisi, Placido Rizzotto, Turiddu Carnivali, "picciottu socialista", Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Rocco Chinnici, onorano quella meravigliosa Sicilia, che tanti altri, siciliani e no, hanno infangato e continuano ad infangare con le loro ignobili azioni e/o omissioni.
Procurare morte, diffamare, intimidire, ostacolare la crescita economica morale sociale e culturale non solo della Sicilia, non sono i soli gravissimi crimini commessi dalla Mafia, ma ad essi si aggiunge quello di avere stravolto il significato delle parole più nobili:
Onore, Dovere, Famiglia, Coraggio, Fedeltà e, last but not least, la parola "eroismo", assimilata, se non del tutto identificata, con la parola "omertà".

venerdì 11 giugno 2010

Geografia e Storia delle intercettazioni. Ovvero: "Dimmi con chi parli e ti dirò chi sei"

Non si vuole con questo breve post ripercorrere l'intera storia delle intercettazioni nello spazio e nel tempo, ma semplicemente tentare di dimostrare che la propensione a voler introdurre dei limiti alle intercettazioni telefoniche (e a quelle ambentali?) non indica in senso assoluto l'appartenenza allo schieramento dei conservatori o reazionari da una parte e dei progressisti dall'altra, senza prescindere dai luoghi e dai tempi nei quali questo strumento viene adoperato.
Certamente, non di rado, questo strumento è stato adoperato con la funzione di controllo politico: si pensi alla STASI nella RDT o in Italia nella situazione descritta da Leonardo Sciascia nel romanzo "Il contesto" (poi trasposto in film da Francesco Rosi con il titolo "Cadaveri eccellenti").
Non si può quindi prescindere da chi adopera questo efficace mezzo di controllo, che può essere utilizzato con profitto nella lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata come per il controllo e la repressione del dissenso politico.
In questo momento storico in Italia, a mio parere, la richiesta di limitazioni dell'uso delle intercettazioni e della successiva loro divulgazione si prefiggono lo scopo di ridurre ai minimi termini i rischi per corruttori e corrotti, ma hanno come pesantissima conseguenza l'indebolimento delle indagini per la lotta alla criminalità organizzata e i tentativi di individuazione di connivenze con il mondo politico, finanziario e industriale.
La lotta al dissenso politico viene e verrebbe comunque, legge o non legge, intrapresa utilizzando tutti gli strumenti possibili, vecchi e nuovi, dalla calunnia alla intimidazione, dai controlli legali (esistono e sono in maggioranza le toghe nere) e illegali, dalla violenza fisica e morale.
Tanto vale contrastare con forza questa legge salvacorrotti, che ha la dichiarata funzione di tutelare la riservatezza, ma ha lo scopo, poi non tanto occulto, di ostacolare l'individuazione di responsabili di reati che colpiscono in primo luogo le classi più deboli.

sabato 8 maggio 2010

Conigli ruggenti

Giacinto Menotti Serrati in un articolo del 1919 sull'Avanti:

"Mussolini è un coniglio, un coniglio fenomeno: rugge. La gente che lo vede ma non lo conosce, lo piglia per un leone" (1)

Serrati non immaginava che di lì a poco avrebbero ruggito tutti, persino i leoni:
"Roaring Twenties" - I ruggenti Anni Venti - con la poderosa crescita della produzione e dei consumi (perlomeno negli USA), che si arresterà nel 1929.

Oggi, 2010, ruggiscono solo i leoni, con una sola eccezione, messa in risalto dal quotidiano "Il Giornale".
Il coniglio a cui fa riferimento il quotidiano non rugge ma ruggisce.
Dissento totalmente da questa valutazione: sono convinto che l'attuale Presidente della Camera dei Deputati non sia un coniglio, ma un autentico leone, nato e vissuto in cattività e circondato da innumerevoli zelanti domatori che si prodigano ad ammansirlo, ma pur sempre un leone.
La difesa delle PREROGATIVE del parlamento, della rigorosa DIVISIONE dei POTERI, la rivendicazione delle funzioni di CONTRAPPESO esercitate dalla Corte Costituzionale, il tentativo di svuotamento di tutti gli Organi di Controllo sulla attività del Governo, la pretesa di mettere il bavaglio alla informazione critica, sono stati avvertimenti ed ammonimenti pienamenti legittimi e pienamente coerenti alla funzione esercitata.
I numerosi e proditori attacchi ai quali il leone è stato sottoposto ne hanno in buona parte ridimensionato la baldanza, e così, ai primitivi ruggiti si sono alternati alcuni timorosi belati, rischiando di trasformarlo in un leone belante.
Si è nuovamente fatto ricorso al ritornello della MAGISTRATURA POLITICIZZATA, e a "distinguo", non sempre sottili, per poter risalire sul carro dei vincitori.
Con un misero sette per cento (mi viene in mente l'holmesiana soluzione sette per cento), di consensi all'interno del PDL, con la totale avversione da parte della Lega, con la stampa padronale che non molla l'osso, non si può rischiare di rimanere emarginati.
Così il leone ha smesso di ruggire e temo che non tarderà molto ad accodarsi al branco.

(1) da Venerio Cattani, Rappresaglia, Venezia, Marsilio, 1997 - pag. 103

martedì 4 maggio 2010

Canto politico

Nel 1977 Bruno Lauzi compone la canzone "Io canterò politico", nella quale afferma che introdurrà temi politici nelle sue canzoni solo quando i suoi colleghi smetteranno di sfruttare l'attenzione dei consumatori di dischi verso i temi politici e sociali che spinge i cantautori a venire incontro ai gusti del pubblico solo per realizzare profitti. Così Lauzi si esprime: " ... i miei finti colleghi che fan rivoluzioni, seduti sopra pacchi di autentici milioni".
L'espressione "finti" credo stia a significare che questi opportunisti possono chiamarsi "colleghi" solo di nome ma non di fatto, in quanto Lauzi ritiene che non siano dei veri musicisti, ma solo dei profittatori di scarso talento musicale.
Forse Lauzi aveva il dente avvelenato dalla risposta in musica data da Sergio Endrigo alla sua pur bellissima canzone "La donna del Sud", musicalmente assai riuscita ma a cui Endrigo rimproverava una descrizione dell'immigrazione nel Nord alquanto di maniera. "Il treno che viene dal Sud", rispondeva, abbastanza esplicitamente a Lauzi affermando che "Il treno che viene dal sud non porta soltanto Marie con le labbra di corallo", ma "Dal treno che viene dal sud discendono uomini cupi che hanno in tasca la speranza ma che in cuore sentono che questa nuova, questa grande società, questa nuova, bella società non si farà".
Non che Lauzi avesse del tutto torto, poiché non sono mancati non solo nella canzone italiana, ma anche nella cultura e nell'informazione in generale, artisti e scrittori che hanno trattano temi politici e sociali non per convinzione ma per convenienza.
Del resto i cantanti i cui temi erano squisitamente individuali ed intimisti non hanno sempre raggiunto risultati artisticamente validi, anzi spesso, l'assenza di temi sociali non era sufficiente ad affermare la genuinità dei loro prodotti, non sempre rime ispirate, ma non di rado musica e rime melense, o, per dirla verghianamente "melanzose rime".
Il panorama della canzone politica non era comunque così insincero come Lauzi ha voluto farlo apparire:
Nel 1972 Baglioni compone "Caro padrone", a cui è stato dato presto l'ostracismo; nel 1974 De Gregori compone "Le storie di ieri", inserita nel 1975 nell'album "Rimmel", Claudio Lolli, "Quello lì (compagno Gramsci)".
E' pur vero che alcune canzoni incitavano all'odio di classe, come "Contessa" di Paolo Pietrangeli - " Mio caro padrone domani ti sparo" ... poi attenuato con " ... miglior vendetta sia proprio il perdono", ma nella produzione di canzoni di ispirazione politica e sociale se ne distinguono alcune di elevato valore musicale e poetico.
Un autore su tutti proprio Sergio Endrigo, che insieme al tema dell'amore, in tutte le sue varianti, canta la sua passione politica:
"Anch'io ti ricorderò" dedicata al "Che", "Perché non dormi fratello", "Il dolce paese", "Camminando e cantando la stessa canzone", "Lettera da Cuba".
Come non ricordare "Musica ribelle" di Eugenio Finardi, riproposta poi da un cantante "intimista" come Luca Carboni, che pur non rinnegando la sua ispirazione "individalista" riconosceva piena validità alle canzoni sociali incidendo l'album "Musiche ribelli", comprendente alcune canzoni di protesta e di lotta dei suoi colleghi "veri".
Il "dissidio" tra Lauzi ed Endrigo troverà una signorile composizione per merito di entrambi: Endrigo canterà, con eccellente risultato, "La donna del Sud", e Lauzi parteciperà alla serata dedicata ad Endrigo, l'anno dopo la sua morte, cantando "Via Broletto".
Altri tempi, altri uomini d'animo gentile.

domenica 4 aprile 2010

Vino e Verità

"Il motto degli antichi mai mentì",

ci ammonisce Giovanni Verga nei Malavoglia,

e veramente antico è il motto:

In vino veritas:

Alceo, poeta greco, esponente della lirica arcaica:
"Nel vino la verità"

Zenobio, Centuria IV, prov. 5:
"Nel vino la verità"

Dionegiano, Centuria IV, prov. 81:
"La verità è nel vino"

Plinio, Storia naturale:
"La verità è nel vino".

Questo proverbio appartiene alla nutrita schiera dei proverbi "ammonimento", cioè che mettono in guardia dalle cose da non fare o, più cinicamente, di quelli da cui trarre insegnamento per far dire o fare agli altri ciò che non vorrebbero dire o fare.
Il vino, quindi, come portentosa e infallibile "macchina della verità", mezzo di fronte al quale impallidiscono i sofisticati metodi adoperati dalle più spietate polizie segrete e no, dal KGB alla CIA, alla Gestapo.
Nella letteratura non mancano esempi del vino adoperato come catalizzatore di verità, per far dire ciò che da sobri non si sarebbe detto. Certo tale strumento di verità non è necessario nei confronti, ad esempio, di ingenui come il Renzo di manzoniana memoria, ma in questi casi agisce da acceleratore ed amplificatore.
Sarebbe quindi opportuno privarsi di questo prezioso nettare al fine di evitare di rivelare verità scomode che possono danneggiarci, ma sarebbe davvero un peccato.
Da uomo poco saggio, mi permetto allora di dare un saggio consiglio:

Bere moderatamente

in modo da evitare di

"dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità"

e, molto più saggiamente, attenersi a questo (non mio) suggerimento:

La menzogna mai, la verità non tutta.(1)

Per seguire questo principio bisogna mantenere pieno possesso delle proprie facoltà mentali, piena lucidità, raggiungilibe attraverso il non bere, o meglio, attraverso il bere poco e bene.

Ma sarebbe un adoperare il proverbio non per educare, ma per ingannare; sarebbe come dare ragione al Verga, che, implicitamente, definisce il mondo dei viventi come mondo della menzogna.(2)
A prescindere dalle conseguenze sforziamoci quindi di dire se non tutta la verità, traguardo per noi impossibile, almeno qualche verità integralmente, senza nulla nascondere, in modo che il transito nel mondo della verità, di verghiana memoria, avvenga nel modo meno traumatico possibile.
Per rimanere nel clima pasquale - Buona Pasqua parenti, amici, lettori vicini e lontani - è il caso di dire che "è veramente cosa buona e giusta" sforzarsi di dire, senza l'aiuto del vino o con una piccola (mi raccomando piccola) spinta di esso, sempre più spesso la verità, perché nel mondo della verità essa emerge perché non è concesso il nasconderla e quindi senza alcun merito umano, e che faremmo bene, noi provvisoriamente viventi, a considerare la verità una conquista, tanto più ambita quanto raggiunta con fatica e dolore.

CIN! CIN! ... senza esagerare

(1) Gino Benzoni, Gli affanni della cultura, Milano, Feltrinelli, 1978
(2) Verga definisce così morire: "passare nel mondo della verità"

domenica 7 marzo 2010

La politica e la morale

Volentieri pubblico un intervento del Prof. Lorenzo Catania

Quel crisantemo sopra un letamaio. Ferruccio Parri, la politica e la morale.
“Faccian le bestie fiesolane strame/ di lor medesme, e non tocchin la pianta, / s’alcuna surge ancora in lor letame…”.Riecheggiando un po’ questa invettiva sdegnata che nel XV canto dell’”Inferno” Brunetto Latini, antico maestro di Dante, lancia contro i fiorentini “orbi”, per esaltare l’illustre discepolo che si tiene lontano dai costumi corrotti dei suoi concittadini, Carlo Levi, nelle pagine del romanzo autobiografico “L’Orologio”, che raccontano la conferenza stampa convocata da Ferruccio Parri il 24 novembre 1945 al palazzo del Viminale, dopo le dimissioni del suo governo imposte dal Partito Liberale, con il tacito assenso della Democrazia Cristiana, mette in bocca al personaggio Casorin (dietro cui si nasconde lo scrittore Manlio Cancogni) questo giudizio sul presidente dimissionario:“E’ un padre.Un crisantemo. Un crisantemo sopra un letamaio”. Sulla scorta di questa immagine, che esprime la delusione per l’esito fallimentare della Resistenza, l’io-narrante delinea un ritratto della personalità del Presidente del Consiglio teso a conservare la memoria di un uomo esemplare che aveva portato al potere la sua esperienza dolorosa nella guerra di Liberazione, i valori professati dai resistenti e il sacrificio dei caduti. Incontrando il “doverismo” di chi si definiva un “partigiano qualunque” e concepiva la politica come moralità, esperienza altamente formativa ed educativa imprescindibile per il rinnovamento della nazione, Levi esalta l’umiltà di Parri e assimila la sua persona a quella di un mistico della democrazia avanzata, un asceta fuori posto accanto ai visi teologali e cardinalizi di De Gasperi e Togliatti: “Lo guardavo, diritto in mezzo ai due compagni di destra e di sinistra, dai visi fin troppo umani, accorti, abili, attenti, astuti, avidi di cose presenti, e mi pareva che egli fosse invece impastato della materia impalpabile del ricordo, costruito col pallido colore dei morti, con la spettrale sostanza dei morti, dei fucilati, degli impiccati, dei torturati, con le lacrime e i freddi sudori dei feriti, dei rantolanti, degli angosciati, dei malati, degli orfani, nelle città e sulle montagne[…] Se l’identificarsi con i dolori del mondo, il soffrirli in se stesso, l’assumerli come propri, è santità, egli era fatto della incorporea materia dei santi”. Trasfigurato dalla scrittura di Levi, il “crisantemo” Parri spicca nel degrado etico-politico e civile della Roma del 1945, con i suoi ministeri “dove si adorano e perfezionano i vizi più abietti, i tre più desolati peccati mortali: la pigrizia, l’avarizia e l’invidia”.
E’ un italiano diverso rispetto alla classe dirigente prodotta dalla storia unitaria del Paese: “Dicevano che non fosse un uomo politico, che non rappresentasse nessuna forza reale, che non sapesse destreggiarsi nel giuoco avviluppato degli interessi. Ma egli rappresentava qualche cosa che non è negli schemi politici. Non aveva né timbro né tono[la sua voce]: risuonava sempre uguale, opaca, senza inflessioni. Quella voce diceva cose apparentemente piane, semplici, elementari, amministrative, senza accompagnarle con gesti. Era il linguaggio dei morti che dicono la verità che nessuno intende”. Perciò destinato al ruolo di vittima sacrificale del malcontento qualunquista del Meridione, che non aveva conosciuto l’esperienza dei rastrellamenti e le stragi della Repubblica sociale (usata dai tedeschi come strumento di repressione antipartigiana), e degli esponenti dei partiti rinati dopo la sconfitta del fascismo, attenti a interpretare le esigenze di strati profondi della collettività, ma non altrettanto sensibili a scrollarsi di dosso certe inclinazioni totalitarie, ancorati a vecchie contese, ad antichi pregiudizi, a politiche compromissorie e trasformistiche: “Dei vecchi, strani animali preistorici, stavano sdraiati con sussiego sui loro scranni, avvolti in un’atmosfera di rispetto coagulato. Avevano saputo durare, indifferenti come pietre, agli avvenimenti”. A essere accantonato dalla semplificazione degli schieramenti politici e a uscire di scena con la nobile dignità del giusto che si era battuto per il bene della nazione e contro un’idea della politica intesa come mediazione degli interessi dei ceti sociali privilegiati: “Intanto, nella generale confusione, il Presidente, seguito dai suoi giovani segretari occhialuti, se ne era uscito per una porticina, senza far rumore: e nessuno si era accorto della sua scomparsa.”
Lorenzo Catania

venerdì 26 febbraio 2010

Chi non fa, non falla

Si sente ripetere, con una insistenza che rasenta l'ossessione, che quello attuale è il governo del fare, in contrapposizione ai governi del dire del vicino passato e anche di quello più o meno remoto, ad eccezione dell'omologo governo del fare sul più bello interrotto, di bossiana memoria.
Agire molto e molto velocemente, superare lacci e lacciuoli, come amava ripetere Guido Carli, e tutti quegli adempimenti burocratici che rallentano o addirittura impediscono di fare ciò che è necessario e indispensabile per il bene del Paese.
Agire velocemente senza però intaccare la scrupolosa osservanza delle regole di trasparenza, di pari opportunità e di accuratezza nella qualità degli interventi.
Agire tempestivamente riduce costi umani e materiali e allevia le sofferenze di quanti sono stati colpiti da calamità naturali, sia dovute alla furia degli elementi, sia provocate, in parte o in toto, dall'incuria umana.
Chi avrebbe il coraggio di confutare simili argomentazioni?
Agire presto e bene rappresenta quanto di meglio un cittadino onesto e libero da pregiudizi si possa aspettare da chi ha sulle spalle il pesante fardello di una nazione gravata da un pesante debito pubblico, congiuntamente ad una crisi economica mondiale che ha messo in ginocchio economie ben più solide della nostra.
Qualunque critica all'attuale conduzione politica governativa sarebbe quindi pretestuosa, ingenerosa ed ingrata, perché non riconoscerebbe gli sforzi, al limite del sovrumano, compiuti da questi uomini del fare che tutto il mondo ci invidia.
Questo "stile del fare" non sarebbe disgiunto dall'attitudine alla riflessione, del pensare velocemente ma nello stesso tempo profondamente, raggiungendo il traguardo che Alberto Moravia riconosceva solo agli intellettuali: la capacità, appunto, di giungere velocemente a delle formulazioni e a dalle conclusioni, il pensiero, quindi, veloce e profondo.
Cosa induce quindi una piccola ma ostinata schiera di magistrati ad indagare, ad accusare chi si è reso meritorio di tanti prodigiosi risultati a vantaggio di intere popolazioni e della cittadinanza italiana in generale?
Sarà forse il pregiudizio politico, la loro inaccettabile politicizzazione, a spingere questi uomini del disfare ad indagare, a cercare il pelo nell'uovo, a pretendere di utilizzare strumenti, come le intercettazioni telefoniche, smodatamente adoperate, che servirebbero più a diffamare e screditare che a raggiungere risultati penalmente rilevanti?
O, puramente e semplicemente, ci troviamo di fronte a uomini coscenziosi e scrupolosi che compiono semplicemente il loro dovere senza lasciarsi intimidire?
Cosa spinge giornalisti faziosi, manco a dirlo politicizzati e prezzolati, a dubitare della totale onestà di intenti di questi mitici uomini del fare?
Sarà forse l'invidia del talento, per le posizioni di prestigio conquistate a prezzo di duri sacrifici da coloro che criticano senza motivazioni moralmente e giuridicamente fondate?
O, puramente e semplicemente, ci troviamo di fronte ad uomini che amano la propria professione e sono talmente presuntuosi da voler cercare, costi quel che costi, frammenti di verità?

Facile criticare quando non si hanno responsabilità dirette del "fare", ma altrettanto facile, e molto più deleterio, è il fare puntando solamente sul consenso elettorale progressivamente ottenuto, senza tener conto, nel fare e nel dare, di ciò che non si fa, senza interrogarsi seriamente sulle priorità, e di ciò che, nel dare, non di rado carpendo e arraffando, si toglie.
Il Ponte sullo Stretto, abbandonando la felice intuizione delle "Autostrade del Mare", e lasciando le Ferrovie in Sicilia, Calabria, Sardegna e delle tratte percorse dai pendolari di Sud, Centro e Nord, a livelli veramente infimi.

Chi non fa, non falla

è vero

come altrettanto cosa vera e giusta è pensare bene a ciò che si fa:

Cosa pensata, cosa sensata
Pensa la cosa prima che la fai, perché la cosa pensata è bella assai.

L'importante comunque credo sia che le azioni, più o meno meditate, tendano al bene comune, e non all'opulenza di chi già, non sempre legittimamente, possiede, tenacemente abbarbicato ai propri privilegi, incurante del malessere diffuso di vasti strati della popolazione, malessere che egli ha abbondantemente favorito se non direttamente provocato.