Benvenuti. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta ne è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio e stabilire se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede definire l'origine di un proverbio o di un aforisma quanto piuttosto risalire alle motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l'uso più o meno frequente.

Della mia passione e delle mie ricerche sull'argomento e non solo su questo, cercherò di scrivere e divagare ringraziando anticipatamente quanti vorranno interagire e offrire spunti per sviluppare il tema col proprio personale e gradito contributo.

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martedì 26 agosto 2014

La Chiesa e i poveri: Lettera parenetica

Lettera parenetica

Per l'emancipazione delle classi sociali più umili esplicò instancabile la sua opera il grande vescovo Giuseppe Ippoliti (1755-1776). In particolare fece impressione la sua Lettera parenetica, pubblicata nel 1772, nella quale "con parole di fuoco" si bollano i comportamenti inqualificabili dei ricchi proprietari della Valdichiana e si prendono le difese dei contadini, immiseriti anche dalle drastiche riforme liberiste leopoldine.

Parenetico, discorso. La parenetica era una parte della morale dove si trovavano precetti pratici da adoperare nelle diverse circostanze della vita. Parenetico sta dunque a significare precettistico.

Discorso parenetico significa un discorso che fornisce precetti o anche soltanto esortazioni.

Se la tendenza prevalente della Chiesa gerarchica è stata quella di collocarsi organicamente tra le classi dominanti, contribuendo in larga misura a legittimare e giustificare la struttura della società in Classi e condannando ogni aspirazione a modificare i rapporti di classe, sia in maniera individuale che collettiva, vale la pena, per amore di verità e di giustizia, citare alcuni interventi che miravano almeno ad alleviare le penose condizioni delle classi subalterne, come nel caso del vescovo Ippoliti, se non a condividere e appoggiare apertamente le lotte contadine, come nel caso del sacerdote calabrese Vincenzo Padula

dal sito www.liberliber.it

Vincenzo Padula nacque ad Acri, in provincia di Cosenza, il 25 marzo 1819.

Fu ordinato sacerdote nel 1843 e subito dopo divenne insegnante nel seminario di San Marco Argentano. Le arretrate condizioni della società calabrese dell'800, nella quale sopravviveva la tradizione giacobina, lo spinsero a frequentare un gruppo di giovani intellettuali calabresi, radicali in politica e romantici in letteratura.

Fu amico soprattutto del più avanzato fra essi, Domenico Mauro, al quale dedicò la sua prima opera, la novella in versi Il monastero di Sambucina. Nel 1845 pubblicò il poema Il Valentino. In queste prime opere sono ben visibili gli influssi della moda letteraria del tempo, della scuola lombarda (Tommaseo, Grossi) o del byronismo; ma c'è anche il precoce tentativo di dipingere la società calabrese nelle sue passioni primitive e quasi selvagge.

Nel 1848 prese parte ai moti calabresi, in difesa delle rivendicazioni dei contadini. Perseguitato dalla reazione borbonica, gli fu tolto il permesso di insegnare e visse di stenti. Nel 1854 si stabilì a Napoli, dove si legò ai pochi intellettuali antiborbonici rimasti in libertà con i quali si dedicò spesso alla compilazione di periodici quasi sempre soppressi dalla censura. A Napoli pubblicò una sua traduzione dell'Apocalisse e altri versi sacri.

Dopo la liberazione del Sud, fondò il giornale di centro-sinistra Il Progresso (1861), seguito dal Bruzio (1864-65); in quest'ultimo giornale apparve il saggio Dello stato delle persone in Calabria, considerato la prima inchiesta sul Mezzogiorno dopo l'unità, e il dramma Antonello capobrigante calabrese. Nel 1871 tentò la carriera universitaria e buttò giù in pochi mesi una Protogea, in cui pretendeva rintracciare nel mondo preistorico le origini semitiche della toponomastica calabrese.

Chiamato nel novembre 1878 a Parma per insegnarvi Letteratura latina, vi durò tuttavia solo due anni. Tornò a Napoli nel 1881, ed essendosi ridotto in deplorevoli condizioni di salute, si rifugiò per sempre nel suo paese nativo, dove morì l'8 gennaio 1893.

Riflessioni sulla canzone "Malarazza"

Questa canzone faceva parte di quel repertorio, per la verità non molto numeroso, di quelle canzoni di protesta e di lotta. Fu ripresa nel 1857 da Lionardo Vigo, ma subì molto presto l'ira funesta delle gerarchie ecclesiastiche del tempo, che la censurarono, la proibirono e costrinsero in Vigo a stravolgerne totalmente lo spirito e il contenuto. Da una canzone di protesta e di lotta venne retrocessa ad una celebrazione del perdono e della rassegnazione cristiana. Ai maltrattamenti del padrone il povero doveva reagire cristianamente, secondo la legge di Dio, secondo la versione della Chiesa, non limitarsi a porgere l'altra guancia ma addirittura ricambiare le percosse e i soprusi del padrone con baci e abbracci. La religione intesa come sottomissione alle ingiustizie, che dovevano essere sopportate con letizia e "trarne profitto" per la vita eterna.

Una Chiesa, e non solo quella siciliana, facente organicamente parte delle classi dominanti e perfettamente allineata ad una visione della vita dove dovevano esistere dominatori e dominati, e dove questi ultimi non avevano diritto a tentare di modificare il rapporto di umiliante sottomissione a cui venivano sottoposti, pena la condanna morale e religiosa delle autorità, piccole e grandi, ecclesiastiche.

Il rapporto tra Classi dominanti, classi subalterne, e religione è forse oggi cambiato?

Non è stato forse il santificato papa Giovanni Paolo II a diffidare i preti della "Teologia della Liberazione" dal sostenere apertamente e con forza i diritti violati dei poveri di tutto il mondo? E non è stato, da cardinale, Ratzinger nel 1984 a redigere una istruzione per la Congregazione per la dottrina della fede, dal titolo, ingannatore, "Sulla teologia della liberazione", nella quale ha sostenuto che l'unica liberazione auspicabile per un cristiano è la liberazione dal peccato, e che una volta ottenuta tutte le altre liberazioni seguiranno sicuramente (CAMPA CAVALLO).

Per fortuna sono esistiti don Milani, don Gallo, ed esistono i Padri Comboniani, con Alex Zanotelli, che DICONO e FANNO ciò che DICONO: e cioè che un buon cristiano non può esimersi dal tentare con tutte le sue forze dal LIBERARE gli esseri umani anche in questa vita terrena da tutte le schiavitù, materiali, morali e spirituali che ne opprimono e ne sviliscono l'esistenza.

Che questa minoranza diventi la coscienza cristiana del mondo, che tutti, credenti e non credenti, si prodighino affinché al mondo venga estirpata ogni malarazza, e che emerga nel genere umano la sua umanità, non solo in cielo, ma, come ci hanno insegnato da bambini al Catechismo: Così in Cielo così in Terra; e senza aspettare il premio nell'altra vita, cerchiamo di goderci questo piccolo mondo in pace, serenità e letizia, anche se questo obiettivo dovesse essere raggiunto con una aspra lotta politica e sociale, mettendo al bando baci e abbracci nei confronti di chi umilia e ci opprime.