Benvenuti. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta ne è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio e stabilire se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede definire l'origine di un proverbio o di un aforisma quanto piuttosto risalire alle motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l'uso più o meno frequente.

Della mia passione e delle mie ricerche sull'argomento e non solo su questo, cercherò di scrivere e divagare ringraziando anticipatamente quanti vorranno interagire e offrire spunti per sviluppare il tema col proprio personale e gradito contributo.

I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura

martedì 26 agosto 2014

La Chiesa e i poveri: Lettera parenetica

Lettera parenetica

Per l'emancipazione delle classi sociali più umili esplicò instancabile la sua opera il grande vescovo Giuseppe Ippoliti (1755-1776). In particolare fece impressione la sua Lettera parenetica, pubblicata nel 1772, nella quale "con parole di fuoco" si bollano i comportamenti inqualificabili dei ricchi proprietari della Valdichiana e si prendono le difese dei contadini, immiseriti anche dalle drastiche riforme liberiste leopoldine.

Parenetico, discorso. La parenetica era una parte della morale dove si trovavano precetti pratici da adoperare nelle diverse circostanze della vita. Parenetico sta dunque a significare precettistico.

Discorso parenetico significa un discorso che fornisce precetti o anche soltanto esortazioni.

Se la tendenza prevalente della Chiesa gerarchica è stata quella di collocarsi organicamente tra le classi dominanti, contribuendo in larga misura a legittimare e giustificare la struttura della società in Classi e condannando ogni aspirazione a modificare i rapporti di classe, sia in maniera individuale che collettiva, vale la pena, per amore di verità e di giustizia, citare alcuni interventi che miravano almeno ad alleviare le penose condizioni delle classi subalterne, come nel caso del vescovo Ippoliti, se non a condividere e appoggiare apertamente le lotte contadine, come nel caso del sacerdote calabrese Vincenzo Padula

dal sito www.liberliber.it

Vincenzo Padula nacque ad Acri, in provincia di Cosenza, il 25 marzo 1819.

Fu ordinato sacerdote nel 1843 e subito dopo divenne insegnante nel seminario di San Marco Argentano. Le arretrate condizioni della società calabrese dell'800, nella quale sopravviveva la tradizione giacobina, lo spinsero a frequentare un gruppo di giovani intellettuali calabresi, radicali in politica e romantici in letteratura.

Fu amico soprattutto del più avanzato fra essi, Domenico Mauro, al quale dedicò la sua prima opera, la novella in versi Il monastero di Sambucina. Nel 1845 pubblicò il poema Il Valentino. In queste prime opere sono ben visibili gli influssi della moda letteraria del tempo, della scuola lombarda (Tommaseo, Grossi) o del byronismo; ma c'è anche il precoce tentativo di dipingere la società calabrese nelle sue passioni primitive e quasi selvagge.

Nel 1848 prese parte ai moti calabresi, in difesa delle rivendicazioni dei contadini. Perseguitato dalla reazione borbonica, gli fu tolto il permesso di insegnare e visse di stenti. Nel 1854 si stabilì a Napoli, dove si legò ai pochi intellettuali antiborbonici rimasti in libertà con i quali si dedicò spesso alla compilazione di periodici quasi sempre soppressi dalla censura. A Napoli pubblicò una sua traduzione dell'Apocalisse e altri versi sacri.

Dopo la liberazione del Sud, fondò il giornale di centro-sinistra Il Progresso (1861), seguito dal Bruzio (1864-65); in quest'ultimo giornale apparve il saggio Dello stato delle persone in Calabria, considerato la prima inchiesta sul Mezzogiorno dopo l'unità, e il dramma Antonello capobrigante calabrese. Nel 1871 tentò la carriera universitaria e buttò giù in pochi mesi una Protogea, in cui pretendeva rintracciare nel mondo preistorico le origini semitiche della toponomastica calabrese.

Chiamato nel novembre 1878 a Parma per insegnarvi Letteratura latina, vi durò tuttavia solo due anni. Tornò a Napoli nel 1881, ed essendosi ridotto in deplorevoli condizioni di salute, si rifugiò per sempre nel suo paese nativo, dove morì l'8 gennaio 1893.

Riflessioni sulla canzone "Malarazza"

Questa canzone faceva parte di quel repertorio, per la verità non molto numeroso, di quelle canzoni di protesta e di lotta. Fu ripresa nel 1857 da Lionardo Vigo, ma subì molto presto l'ira funesta delle gerarchie ecclesiastiche del tempo, che la censurarono, la proibirono e costrinsero in Vigo a stravolgerne totalmente lo spirito e il contenuto. Da una canzone di protesta e di lotta venne retrocessa ad una celebrazione del perdono e della rassegnazione cristiana. Ai maltrattamenti del padrone il povero doveva reagire cristianamente, secondo la legge di Dio, secondo la versione della Chiesa, non limitarsi a porgere l'altra guancia ma addirittura ricambiare le percosse e i soprusi del padrone con baci e abbracci. La religione intesa come sottomissione alle ingiustizie, che dovevano essere sopportate con letizia e "trarne profitto" per la vita eterna.

Una Chiesa, e non solo quella siciliana, facente organicamente parte delle classi dominanti e perfettamente allineata ad una visione della vita dove dovevano esistere dominatori e dominati, e dove questi ultimi non avevano diritto a tentare di modificare il rapporto di umiliante sottomissione a cui venivano sottoposti, pena la condanna morale e religiosa delle autorità, piccole e grandi, ecclesiastiche.

Il rapporto tra Classi dominanti, classi subalterne, e religione è forse oggi cambiato?

Non è stato forse il santificato papa Giovanni Paolo II a diffidare i preti della "Teologia della Liberazione" dal sostenere apertamente e con forza i diritti violati dei poveri di tutto il mondo? E non è stato, da cardinale, Ratzinger nel 1984 a redigere una istruzione per la Congregazione per la dottrina della fede, dal titolo, ingannatore, "Sulla teologia della liberazione", nella quale ha sostenuto che l'unica liberazione auspicabile per un cristiano è la liberazione dal peccato, e che una volta ottenuta tutte le altre liberazioni seguiranno sicuramente (CAMPA CAVALLO).

Per fortuna sono esistiti don Milani, don Gallo, ed esistono i Padri Comboniani, con Alex Zanotelli, che DICONO e FANNO ciò che DICONO: e cioè che un buon cristiano non può esimersi dal tentare con tutte le sue forze dal LIBERARE gli esseri umani anche in questa vita terrena da tutte le schiavitù, materiali, morali e spirituali che ne opprimono e ne sviliscono l'esistenza.

Che questa minoranza diventi la coscienza cristiana del mondo, che tutti, credenti e non credenti, si prodighino affinché al mondo venga estirpata ogni malarazza, e che emerga nel genere umano la sua umanità, non solo in cielo, ma, come ci hanno insegnato da bambini al Catechismo: Così in Cielo così in Terra; e senza aspettare il premio nell'altra vita, cerchiamo di goderci questo piccolo mondo in pace, serenità e letizia, anche se questo obiettivo dovesse essere raggiunto con una aspra lotta politica e sociale, mettendo al bando baci e abbracci nei confronti di chi umilia e ci opprime.

sabato 29 dicembre 2012

E' tutto per il nostro bene: la politica "impopolare" e risanatrice del governo Monti

"E' tutto per il mio bene - come disse lo scolaro inglese mentre veniva fustigato"

Questo wellerismo esprime assai bene la condizione di noi "scolari" italiani sottoposti alle severe amorevoli cure somministrate dagli illuminati professori del governo tecnico. Tutte le misure amare a cui veniamo sottoposti sono per il nostro bene, non un salasso che ci dissangui ma che ci faccia recuperare la salute perduta.

Il male passeggero rappresentato dai tagli e dalle tasse è servito, a loro illuminato parere, ad evitare danni assai peggiori e irreversibili, ad evitare la bancarotta, a permettere di continuare a godere (sic) di stipend pubblicii e pensioni, seppure con un potere d'acquisto drasticamente ridimensionato.

Senza queste draconiane ma sagge misure il nostro Natale sarebbe stato ben più drammatico, accontentiamoci quindi di questa parentesi sobria, frugale, e diamo fiducia ai professori. Le sante fustigazioni alle quali ci sottopongono, che intendono protrarre fino al superamento della crisi, sono tutte per il nostro bene.

Ingrati, stolti, populisti ringraziate e non criticate. Solo le menti illuminate ed ispirate hanno compreso la necessità virtuosa di questa politica risanatrice. Ammirate la benedizione degli alti prelati di fronte a questi uomini e donne mandataci dalla Provvidenza.

Equità e crescita: se ci siete battete un colpo! Per adesso siamo solo in piena recessione e depressione.

lunedì 3 settembre 2012

Un wellerismo leggermente erotico

"Quando cominci ad avere orgasmi con i clienti, è ora di smettere - come disse una ex prostituta ad una neo prostituta"

dal film Homicide, USA 1991

nel film il wellerismo è leggermente diverso: "Quando cominci a venire con i clienti, è ora di smettere, come disse una prostituta"

Con quale scopo questo wellerismo viene inserito nella narrazione del film, in un dialogo fra due poliziotti molto amici, con quale significato metaforico? Uno dei due poliziotti è ebreo e rimane emotivamente coinvolto nel caso di un omicidio di una bottegaia ebrea. Pur non essendo ebreo praticante e pur non conoscendo l'ebraico, la sensibilità del buono e bravo investigatore, prende il sopravvento sulla assenza di emozioni che dovrebbe essere caratteristica di ogni lavoro delicato, dal medico al giudice, per non pregiudicare l'assoluta imparzialità di giudizio.

Il pur bravo investigatore si lascia coinvolgere nella lotta senza quartiere tra neo nazisti ed ebrei, stanchi di essere vessati e discriminati questi ultimi.

E' lecito abbracciare la causa degli oppressi che giustamente si ribellano e non vogliono più subire passivamente ogni tipo di sopruso e di discriminazione negativa?

Anche il bravo poliziotto viene discriminato dai colleghi in quanto ebreo; per la polizia, in tutti gli ordini e grado, il poliziotto ebreo viene equiparato ad una donna, figuriamoci se si ha la ventura di essere donna e agente di polizia. A lui toccano i rischi maggiori, agli altri le lodi e le promozioni, letteralmente scippate al più meritevole agente.

In linea generale è lecito lasciarsi coinvolgere emotivamente nel giudicare e nell'agire quando con uno dei due contendenti abbiamo affinità di razza, di religione, ideologica o di altra natura?

A mio parere quando appare chiaro e incontrovertibile che ci si trovi davanti ad un oppressore che prevarica su un innocente, non solo diventa lecito parteggiare per la vittima, ma ci mette davanti ad un dovere morale a cui non possiamo sfuggire, pena la totale identificazione con l'oppressore.

L'empatia che si stabilisce fra tutore della legge e vittima può essere paragonata al piacere che la prostituta prova con il cliente?

Può pregiudicare il sereno imparziale svolgimento di un lavoro?

sabato 1 ottobre 2011

Peccato e Peccatore

Un vecchio proverbio ammonisce: "Si dice il peccato, ma non si dice il peccatore"

Severamente vietato, quindi, fare nomi, cognomi, soprannomi, o riferimenti che possano inequivocabilmente permettere di identificare il peccatore che ha commesso un determinato peccato. Chiunque può averlo commesso, tutti peccatori quindi, e attraverso la globalizzazione della colpa si ottiene l'immunità dell'unico, o dei pochi o molti che siano, peccatore.

Il cardinale Bagnasco, però, pur non riferendosi esplicitamente ad una persona (tuttavia suggerendola) e pur ammonendo tutti, indistintamente, sui pericoli di una vita esclusivamente dedita ai piaceri carnali, fa rilevare come particolarmente risibili i comportamenti scorretti di chi "sceglie la MILITANZA POLITICA" e si rivolge particolarmete a "gli ATTORI della SCENA PUBBLICA", non solo quindi ai politici in senso stretto ma a tutti coloro che ricoprono cariche ed esercitano funzioni di rilevanza pubblica, come Industriali, Banchieri, Dirigenti a vario titolo, ecc. (io aggiungerei Ecclesiastici appartenenti ai vari livelli del Clero, Alto Medio Basso ).

Il non aver indicato esplicitamente i responsabili principali del malcostume ha dato adito ad alcuni politici, adusi a sottili (?) distinzioni crociane, che il messaggio del cardinale fosse rivolto a tutti.

Formigoni: "Bagnasco parla per tutti e non per una persona sola"

Sacconi: "un invito a tutti"

Ecco le conseguenze dell'indeterminatezza.

Da qui il post al limite del paradosso (che vedete in basso), che fa riferimento al verbo "fornicare", che nella predica di Bagnasco non compare, seppure siano presenti non pochi sinonimi, che denotano una cultura senza alcun dubbio "sessuofobica".

Mi piace ricordare come Sant'Agostino abbia adoperato, nelle "Confessioni", il termine "fornicare", in senso più ampio e, a mio parere più significativo: "Fornicavo lontano da te", con ciò intendendo esprimere di essersi allontanato dall'esempio di Cristo, di non aver dedicato tutte le proprie azioni e i propri pensieri, improntandoli a comportamenti di solidarietà ed amore per il prossimo ma a soddisfacimento dei propri desideri personali (non necessariamente includenti il sesso).

Quindi siamo tutti un po', nell'accezione agostiniana, "fornicatori",; ci dedichiamo agli affari, più o meno sporchi, personali, e ci allontaniamo dall'esempio di Cristo, ma ciò è tanto più grave quando i comportamenti hanno rilevanza politica, economica e sociale, tanto da aggravare una crisi politica ed economica, seppur proveniente in parte dall'esterno.

giovedì 29 settembre 2011

Ismi contemporanei: Statalismo

Ogni periodo storico ha i suoi "ismi"; Capuana aveva addiruttura scritto un saggio proprio su "Gli ismi contemporanei". Certamente gli ismi attuali non sono gli stessi dell'inizio Novecento, e sicuramente non hanno lo stesso indice di gradimento o di sgradimento.

Due ismi contemporanei, in particolare, sono fatti oggetto della riprovazione quasi generale, sia nei dibattiti in TV, comprese le TV locali, che nei Periodici stampati.

Mi vergogno a dirlo: i due ismi sono Statalismo e Comunismo, con prevalenza alternata dell'uno sull'altro, quando non vengono addirittura adoperati simultaneamente amplificandone la forza d'urto.

Al limite del grottesco è la reazione degli ex-comunisti quando si vedono puntare l'indice contro con l'accusa di Statalismo e/o di Comunismo (più o meno mascherato). Fassino, ad esempio, si adonta, s'infuria, e replica che il Centro-Sinistra ha fatto più privatizzazioni del Centro-Destra, che non ha portato, a suo dire, a compimento le privatizzazioni e le liberalizzazioni annunciate.

Il "liberalizzatore" Bersani rivendica continuamente con orgoglio di essere stato il liberalizzatore numero uno, e che se il Centro-Sinistra avesse vinto le elezoni lui avrebbe reso l'Italia interamente liberalizzata.

Che dire di Vendola che si cosparge il capo di cenere, ogniqualvolta gli si ricorda di essere stato comunista.

Non ci sono insulti peggiori di quelli sopra enunciati e reazioni altrettanto veementi e indignate di coloro ai quali questi "insulti" vengono rivolti, ad eccezione di pochissimi che non siedono più in Parlamento, come Paolo Ferrero, che considera insulto l'atteggiamento spocchioso e supponente di chi questi insulti rivolge, ma non l'essere Statalisti o Comunisti in se.

Io invece considero il termine Statalista un insulto, perché ritengo che lo statalismo, in un mondo globalizzato, sia del tutto inadeguato a contrastare efficacemente il dominio di un Capitalismo cinico ed estremamente aggressivo.

E' necessario, a mio parere, contrappore alla "Mafia globalizzata" nel Capitalismo Globalizzato un inter-statalismo che, come amava dire il grande Sandro Pertini con lo slogan "A brigante, brigante e mezzo", combatta unendo le forze dei partiti di sinistra di più paesi, come ad esempio si sta tentando di fare in America Latina.

Inoltre bisogna estendere, all'interno di ogni singolo paese, l'intervento del settore pubblico decentrato, dalle Regioni ai Comuni, alle Province (ammesso che non vengano cancellate). Occorre essere non solo inter-statalista, ma anche (non lo dico veltronianamente), Regionali_sti, Comuni-sti, Provinciali-sti.

Se si leggono attentamente gli scritti di Lenin ci si accorgerà che anch'egli era fautore di un Federalismo non statalista, cioè si rendeva conto che, pur nell'ambito del Comunismo, ogni Stato dell'URSS doveva avere la sua politica statalista, senza una eccessiva presenza dello stato accentratore. Per questo ebbe feroci polemiche con Stalin, che queste rivendicazioni decentrate intendeva assolutamente soffocare.

Bisognerebbe contrapporre ai vari "G", G7, G8, G20, un "C", che sta per Comunismo o un "S", che sta per Socialismo, o meglio un Fronte Popolare mondiale, che si chiami come si voglia, ma che si contrapponga in maniera efficace e netta alla deriva che il Capitalismo, in tutte le sue forme, sta conducendo il mondo e gli uomini di oggi, e se non si cambia radicalmente, anche di domani.

martedì 7 giugno 2011

Uguaglianza vs Libertà

Un certo Panebianco, in una puntata de "L'Infedele", sostiene che la tendenza verso l'uguaglianza tende inevitabilmente a deprimere gli spazi di libertà, chiamando a testimone di tale tesi il filosofo Norberto Bobio, senza spiegare dove e quando il filosofo avrebbe detto o scritto tale affermazione.

Né il conduttore nè gli ospiti in studio hanno confutato tale assunto, al quale Panebianco ha preteso attribuire valore assiomatico, come se si trattasse di un postulato dato per scontato e inconfutabile. Come dire: non esiste libertà al di fuori di un sistema economico-politico non fondato sulla disuguaglianza.

Seguendo, fino alle estreme conseguenze, la logica di tale asserzione, si dovrebbe concludere che il massimo della libertà si ottiene con il massimo della disuguaglianza e quindi, se desideriamo veramente di essere uomini liberi, dovremmo auspicare che gli squilibri sociali raggiungano il culmine.

La stessa ricerca di una uguaglianza tollerabile porterebbe inesorabilmente con se una restrizione degli spazi di libertà.

Le differenza socio-economiche non costituirebbero una ingiustizia sociale, ma un doveroso riconosciemento del merito, mancando il quale la società non progredirebbe, si avrebbe una stagnazione del progresso economico e sociale.

Il massimo raggiungimento di condizioni di libertà si sarebbe quindi verificato laddove le distanze socio-economiche, le diseguaglianze, avessero raggiunto il massimo livello: quindi nella Russia zarista, nella Francia assolutistica, nella Spagna franchista e nel Cile di Pinochet.

I golpe fascisti non avrebbero soffocato la libertà ma ne avrebbero determinato il massimo dispiegamento, liberando la la Spagna del Fronte Popolare e il Cile di Allende dalle pastoie, dalla palude, di un sistema politico che intendeva far marciare insieme progresso economico e sociale di pari passo con la giustizia sociale, con l'uguaglianza.

La ricerca della felicità e della giustizia, della fratellanza e del bene comune dovrebbe cedere il passo alla molto più pregnante ed entusiasmante ricerca della disuguaglianza, stimolo al fare e al progredire, deprimendo i quali non si avrebbe crescita ma stagnazione.
Peccato che le vicende degli ultimi dieci/vent'anni non hanno dimostrato affatto la bontà di tali stolide illusioni, precipitando il mondo nella più cupa desolazione a vantaggio di pochi speculatori che hanno visto aumentare a dismisura i loro profitti grondanti di lacrime, sudore, fango, e sangue.

Come non rimpiangere Paolo Spriano e Alberto Asor Rosa, il primo scomparso il secondo "ostracizzato", che non avrebbero tralasciato di replicare all'assunto spocchiosamente enunciato e del tutto storicamente, sociologicamente, umanamente, infondato.

sabato 30 aprile 2011

La caduta del Muro. Ovvero: non tutto il bene viene per giovare.

In linea di massima tutti i mali vengono per nuocere, o perlomeno, salvo qualche eccezione, riescono veramente a nuocere, anche se non ne hanno a volte l'intenzione.

La propensione al bene, invece, che è quasi sempre intenzionale, non sempre riesce ad ottenere i fini che si era prefissi, anzi non di rado ottiene risultati diametralmente opposti a quelli voluti.

La caduta del Muro di Berlino si inscrive nel progetto di Gorbaciov di liberare il Comunismo da tutte quelle catene, dalla Cortina di Ferro, da "quei tratti illiberali" per usare l'espressione di Enrico Berlinguer, che ne avevano "esaurito la spinta propulsiva impressa dalla Rivoluzione d'Ottobre".

Trasparenza e Ristrutturazione per coniugare la più ampia possibile uguaglianza sociale con la più ampia possibile libertà di espressione e di piena affermazione della dignità e personalità di ogni uomo, senza censure e ottusi dogmatismi; tutto però all'interno di una logica e di una struttura socialista, dove cioè le esigenze generali fossero preservate dalle prevaricazioni e dalle speculazioni di pochi individui senza coscienza civica e morale.

L'introduzione di elementi di libero scambio e di libera iniziativa non doveva condurre alla affermazione di un Capitalismo che questa libertà di scambio e di iniziativa soffocasse con i suoi pesanti, insopportabili, condizionamenti, attuati attraverso il controllo della produzione su larga scala e attraverso l'acquisizione dei mezzi di informazione, al servizio non certo del pluralismo ma creati a sostegno del proprio dominio.

In questo disegno di Gorbaciov s'inquadrano la riabilitazione della Primavera di Praga e dei suoi protagonisti, dei dissidenti, dell'abbattimento della "Cortina di Ferro" e sopra tutto della fine della politica di competizione col mondo occidentale per affermare una propria via per uno svilluppo equo, solidale e sostenibile.

Il fallimento del progetto di Gorbaciov fu dovuto alla scellerata azione congiunta degli stalinisti, degli integralisti liberisti interni ed esterni, dall'ipocrita unanime plauso in tutto il mondo che celava manovre occulte e palesi per rovesciarlo.

Sequestrato e costretto a dimettersi lascia il Paese a forze criminali che regalano il patrimonio pubblico alla mafia russa.

Il Comunismo di Gorbaciov cade non per le sue colpe ma per i suoi meriti, per volere mantenere democraticamente il potere e non adottare la repressione necessaria per respingere gli attacchi che venivano fatti al Comunismo ed alla Democrazia.

E' proprio vero: "Nessuna buona azione rimane impunita", e Gorbaciov è stato emarginato per aver voluto mantenersi entro i limiti della Legalità, mentre i suoi avversari interni ed esterni la violavano.

Il mondo Occidentale temeva un Comunismo dal volto umano, preferiva il comunismo stalinista, a cui contrapporre una presunta supremazia politica e morale del liberismo, oppure l'assenza di Comunismo dalla scena mondiale, ma non poteva tollerare un Comunismo che consentisse ai propri cittadini di vivere senza l'angoscia della disoccupazione e dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Da un avvenimento storico fondamentale, progressista, come la caduta del Muro, del cui merito si tenta tutt'ora di defraudare Gorbaciov per attribuirlo ad un papa estimatore dei neo-calvinisti dell'Opus Dei ed ad un mediocre sindacalista polacco, è nata la diffusa convinzione che il Comunismo non può essere riformato, che solo al Capitalismo può essere concesso diritto di cittadinanza. Da un bene, come la "Caduta" deve essere considerata, è nato un male peggiore del male che si voleva abbattere.

La mafia globalizzata domina quasi incontrastata, gli unici baluardi rimangono Cuba e i paesi latino-americani che lentamente e faticosamente stanno imboccando la propria via verso il Socialismo.

Cerchiamo di evitare che ad essi accada ciò che al Comunismo di Gorbacioc è accaduto.

Bisturi e moschetto

Non ho mai avuto molta dimestichezza con i binomi, e non mi riferisco solo a quelli matematici, ma a quegli altri presentati i quasi come indissolubili: Dio e Patria, Teoria e Pratica, Libro e Moschetto, Casa e Chiesa, Amore e Odio, ma non pensavo di dover far riferimento ad un neo-binomio che trovo insopportabilmente stridente: il binomio cioè tra il camice del medico e la divisa del militare.

E' pur vero che al seguito di ogni esercito, che si rispetti o no, ci son quasi sempre ufficiali medici e cappellani militari, nei quali dovrebbero prevalere la cura del corpo e dell'anima, piuttosto che il loro annientamento.

E' tuttavia comprensibile che l'appartenenza ad una delle parti in conflitto non sempre induce i nostri ad essere al di sopra dei contendenti, a prodigarsi in egual misura sia per gli amici che per i nemici.

Assai diverso è il caso di un medico-militare che opera al seguito della Croce Rossa: dovrebbe veramente essere al di sopra delle parti, anzi dovrebbe accantonare la divisa e l'indole militare ed indossare il camice e l'abito mentale del medico, senza se e senza ma.

"Quando deve curare un talebano come si comporta?". chiede Bruno Vespa ad uno di questi militari-medici-crocerossini.

"Naturalmente compio prima il mio dovere di medico, curandolo, e subito dopo, il mio dovere di soldato, facendolo prigioniero"

E perché non adempiere simultaneamente i due doveri? in una mano il bisturi, nell'altra la pistola o il moschetto?

Questa puntata di "Porta a porta" vuole essere una critica, poi non tanto velata, nei confronti di quei medici volontari di Emergency e di Medici senza Frontiere ai quali non verrebbe mai in mente di curare i feriti e di consegnarli poi alle autorità militari. Tutti i feriti per un medico sono uguali, senza distinzioni di divisa, tutti hanno bisogno di aiuto, nessuno di essi è un nemico, ma un essere umano in gravi difficoltà.

Il crocerossino-militare-medico non la pensa affatto così, vive felicemente ed orgogliosamente questa dissociazione schizoidea tra medico e soldato, sotto lo sguardo compiaciuto e benedicente del Vespa.

Quanto distante è l'espressione da Caporale piuttosto che uomo, di individuo capace di compiere due doveri in una sola persona, da quella perennemente da uomo insoddisfatto di un Gino Strada, perennemente frustrato da un senso di impotenza, nel salvare una vita e vederne sprecate dieci, cento, a causa delle pretese civillizzatrici e dell'ancor più assurda e spocchiosa pretesa che il mondo Occidentale sia il migliore dei mondi possibili.