Benvenuti. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta ne è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio e stabilire se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede definire l'origine di un proverbio o di un aforisma quanto piuttosto risalire alle motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l'uso più o meno frequente.

Della mia passione e delle mie ricerche sull'argomento e non solo su questo, cercherò di scrivere e divagare ringraziando anticipatamente quanti vorranno interagire e offrire spunti per sviluppare il tema col proprio personale e gradito contributo.

I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura

martedì 3 novembre 2009

Il peso della giustizia

Quelli che seguono non sono proverbi in senso stretto, alcuni sono frutto di elaborazione degli autori, a volte sotto forma di amara riflessione, altre volte sono commenti di personaggi caratterizzati da un livello culturale medio-alto, e quindi più assimilabili agli aforismi che ai proverbi. Tutti hanno comunque in comune l'appartenenza al tema della giustizia, della legge e del suo rapporto più vicino all'ingiustizia, alla disparità di trattamento e alla diseguaglianza nella valutazione dei delitti e delle pene.

in Arthur Conan Doyle, Sir Nigel Loring, Le tre imprese, parte prima, cap. secondo:
"La borsa più pesante fa abbassare le bilance della giustizia"

in Cervantes, Don Chisciotte, vol. II, cap. XLII:
"Se accade che la bacchetta della giustizia si curvi, ciò non avvenga mai per lo peso dei donativi, ma per quello della misericordia" (don Chisciotte)

in Agata Christie, Appuntamento con la paura - racconto Doppio indizio:
"Costui si è fatto una legge per le persone titolate e un'altra per quelle che non lo sono" (Poirot)

Un wellerismo di mia composizione, proposto con una variante:
La legge è legge, anche quando è amara, come disse Socrate poco prima di bere la cicuta.
Brindo al trionfo della giustizia, come disse Socrate un attimo prima di bere la cicuta.

Una citazione dedicata a chi rimpiange il buon tempo antico nel quale ordine e disciplina regnavano sovrani:
"Che tempi! Un galantuomo non può più dare un calcio a un contadino", motto di Filippo Buscemi, proprietario terriero;
in Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, cap. "La storia di Regalpetra"

venerdì 3 luglio 2009

Imprenditori e dipendenti uniti nella lotta?

Chi afferma che la lotta di classe è una vecchia ferraglia arrugginita, del tutto incapace di modificare gli assetti socio-economici di un paese, un anacronismo, insomma, del tutto inadeguato per i tempi che stiamo vivendo, dovrebbe navigare fra i blog con maggior spirito di ricerca e scevro da ogni pregiudizio.
Troverebbe così una riedizione della lotta di classe in termini del tutto inaspettati ma alquanto suggestivi.
Non più l'irriducibile antagonismo tra padroni e servi, tra imprenditori e mano d'opera, tra proprietari dei mezzi di produzione e proletari, ma tra protagonisti del mondo del lavoro, imprenditori e lavoratori dipendenti, uniti nella lotta contro un nemico comune, ritenuto come il principale, se non unico, responsabile, delle crisi economihe, almeno in Italia, passate, presenti e, se non si interviene, anche future.
Qual è questo nemico comune a tutti gli uomini di buona volontà?
Più delle varie forme di criminalità organizzata, questo nemico viene individuato nella lentezza, nella contraddittoria babele di leggi e disposizioni che regolano la vita lavorativa, e non solo, di tutti gli italiani. In una parola questo Moloch inarrestabile e vorace prende il nome di Burocrazia.
Secondo questa geniale tesi, questo mostro colpirebbe in modo uguale ricchi e poveri, datori di lavoro e dipendenti, uomini e donne validi e uomini e donne diversamente abili.
A questo punto, per esprimermi come il celebre umorista Achille Campanile, dissenteria.
Esprimo il mio totale dissenso nei confronti di questa brillante ma non veritiera tesi. Non perché non ritenga la burocrazia, così come la viviamo nel nostro paese, un male, ma perché non solo assolutamente convinto che essa colpisca classi dominanti, ceti medi, più o meno impoveriti, e classi cosiddette strumentali e subalterne allo stesso modo; anzi mi azzardo a sostenere che essa burocrazia consolidi il dominio di classe tra sfruttatori e sfruttati.
Chi dispone di scarsi mezzi finanziari non può difendersi con la stessa efficacia di chi invece può permettersi un intero apparato difensivo e offensivo, non escluse forme di pressione dirette od indirette, come ad esempio la corruzione, che raramente apre le porte della prigione, ma che spesso accelera tutte quelle operazioni che per il cittadino comune diventano irraggiungibili.
Rigetto questa lotta di classe, argutamente battezzata liberale, ma che non libera né energie nuove né, tantomeno, contribuisce ad uno sviluppo armonico della società.
Riformiamo la burocrazia, ma ognuno per proprio conto. Sono convinto che in questa lotta le classi dominanti si comporterebbero come "gli eroi da sesta giornata", come quegli assenti dalle "Cinque Giornate di Milano", che si sono fatti vedere solo quando tutto si era compiuto, pretendendo meriti che non gli appartenevano.

sabato 11 aprile 2009

Pioggia o sole a Pasqua scorrono liete le ore




Non viene Pasqua al mondo fino a che la luna di marzo non ha fatto il tondo

Gira rigira e datti da fare, l'inverno dura fino a Pasqua

Pasqua piovosa, annata prosperosa

venerdì 13 febbraio 2009

La spina che non ti punge è morbida come seta

Mi è ritornato in mente questo proverbio, letto ne "Gli zii di Sicilia" di Leonardo Sciascia; mi è ritornato in mente con insistenza sentendo pronunciare sentenze di condanna per un avvenimento che non aveva prodotto in chi non si peritava di infliggere condanne e auspicare pene nei confronti di chi pene laceranti aveva già subito, spesso condanne e pene auspicate senza capire, e che non avrebbero nemmeno essere pronunciate anche se si fosse capito, le stesse sofferenze che si voleva che in altri venissero perpetuate.
Non di rado si sente dire "Io mi sarei comportato diversamente" , ma quasi sempre non si è mai vissuta l'esperienza della quale è vittima chi è fatto oggetto delle nostre pretestuose e presuntuose lezioni di etica.

sabato 17 gennaio 2009

Efemere: tra aforismi e wellerismi

Le efemere sono "insetti definiti come bestioline o un piccolo fiore costretto ed essiccato tra le pagine di un libro" (dalla nota introduttiva di Sandro Montalto al libro Efemere di Marco Sartorelli) (1).

Queste efemere, nel sottotitolo definite anche aforismi apocrifi, appartengono, come i proverbi, gli aforismi veri e propri ed i wellerismi, alle forme letterarie "brevi".

Sia Montalto, nella

nota introduttiva ,

che la Antolisei,

nella recensione , apparentano le efemere ai wellerismi.
Partendo dalla raccolta di Sartorelli, cercherò di commentarle e di trasformarne la struttura in wellerismi, in un caso mantenondone intatto, o quasi, il significato, in un altro modificandolo.

"Perché no? - Carlo F., 21 anni - Biglietto di addio, Palermo."

"Volevo una vita senza se - Antonio S. - Suicida, Milano, 1964"

Il primo messaggio si commenta da se, il secondo, pur non chiarendo del tutto i motivi del suicidio, si presta ad una qualche considerazione, spero non peregrina.
Se non altro il suicidio permette di scegliere come quando e dove concludere la propria esistenza terrena; si può dire che rappresenta uno dei rarissimi casi nei quali il tempo, il luogo e il come di un evento possono essere oggetto di una scelta più o meno oculata. Ma si può veramente dire che, almeno nel secondo caso, il suicida abbia raggiunto il suo obiettivo?
Certamente ha eliminato dalla sua vita tutti i se che gli procuravano angoscia, ma insieme ai se ha eliminato la propria vita; ha quindi eliminato i se, ma anche sè.
Obiettivo quindi fallito. Questo se ipotizziamo che non esista altra vita oltre quella terrena; ma se ammettiamo una vita ultraterrena il discorso cambia, poiché il suicida trasforma la propria vita senza annientarla, ma il fallimento più grande è che i se non solo non vengono eliminati, ma se ne aggiunge uno nuovo ancora più angosciante, eterno ed irrisolvibile: se avessi scelto di continuare a vivere!

Trasformato in wellerismo potrebbe presentarsi così:

"Volevo una vita senza se, come lasciò scritto un giovane suicida"

La terza efemera:
"A morte l'aggettivo possessivo!
Roberto "Fuego" Gamilo, Rivoluzionario cubano.

Subito modificato in wellerismo, alterandone in qualche modo il contenuto ed in parte confutandolo.:

"Sostituiamo con nostro l'aggettivo possessivo mio , come disse un rivoluzionario cubano.

L'efemera fa riferimento sicuramente ad un rivoluzionario cubano che intende abbattere il regime di Batista, fondato sul dominio opprimente della proprietà privata, sostituendolo con la sua abolizione. Ma un povero cubano che non aveva niente non avrebbe dovuto desiderare di fare una rivoluzione con lo scopo di continuare a non avere ugualmente niente. Quindi più appropriato sarebbe stato uno slogan che mettesse in risalto l'aspirazione alla libertà politica, alla partecipazione alla ricchezza con una equa distribuzione di essa fra tutto il popolo, abolendo i privilegi semi-feudali in vigore col regime di Batista.
Ma l'aggettivo possessivo "nostro" può nascondere insidie ancora più pericolose dell'aggettivo possessivo "mio", specie quando viene adoperato in senso restrittivo.
Se con "nostro" si intendono gli interessi, i valori, ed i disvalori di una ristretta cerchia di uomini e donne, i militari, il partito, la classe dominante, e non tutti i cittadini, l'oppressione coniugata con l'aggettivo "nostro" può diventare ancora più oppressiva di quella esercitata con l'aggettivo "mio".
Quindi ritengo positivo il mio wellerismo (scopiazzato), a condizione che "nostro" sia il più possibile inclusivo , e il più possibile partecipato .



(1) Marco Sartorelli, Efemere - Aforismi apocrifi, Novi Ligure AL, Edizioni Joker, 2004

mercoledì 31 dicembre 2008

Buon Anno




Capo d'anno e capo di mese, piglia la borsa e mettici il tornese.

Chi mangia l'uva per capodanno sta bene tutto l'anno.

Ogni anno nuovo che avanza, ha in gestazione una nuova speranza.

lunedì 22 dicembre 2008

Lontano dagli occhi, ma non lontano dal cuore.

Il tema della lontananza è presente non solo nei proverbi, ma in tutte le forme di espressione, dai film alle canzoni.
A volte la nostalgia deriva dalla lontananza dai luoghi:

"Lontan da te non se po' sta'" (riferito a Napoli),

più spesso dalle persone amate.

"Lontano dagli occhi" è una delle canzoni più conosciute di Sergio Endrigo:

"Per uno che torna e ti porta una rosa
mille si sono scordati di te"

Predominerebbe quindi l'oblio sul ricordo, almeno quantitativamente, ma "quell'uno" che non si scorda riscatta tutti gli smemorati.

Anche Modugno si è cimentato col tema della lontananza, che "spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi".
Ma Endrigo non ha dedicato al tema dell'assenza una sola canzone:

"La tua assenza riempie i miei giorni di te" (canzone La tua assenza).

"La solitudine che tu mi hai regalato, io la coltivo come un fiore" (Canzone per te).

"Il mio pensiero ti seguirà sarò con te, ovunque sei, dove andrai" (Adesso si).

Quanto diverso è l'approccio al tema della sepaeazione rispetto alla tendenza dominante nella canzone italiana, secondo la quale il distacco dalla persona amata provocherebbe l'annientamento fisico e morale dell'amante. Alcuni esempi:

" ... di questa vita che mai, mai e poi mai potrà continuare se
mi allontani da te"

"Se tu non fossi qui, se tu non fossi qui
povero me!
Sarei una cosa morta, una candela spenta, un uomo inutile" (credo sia di Peppino Gagliardi.
Bella canzone, d'accordo, ma che lagna!

La distanza, in Endrigo, viene vissuta, si con melanconia, ma senza disperazione.
Forse pochi hanno colto elementi di ottimismo nelle canzoni di Endrigo, ma sono convinto che egli abbia efficacemente espresso che ciò che è avvenuto non è avvenuto invano, e che l'assenza e la distanza non derivano tanto dallo spazio e dal tempo che separano, ma principalmente da uno stato d'animo; si può essere cioè vicini con la mente e con l'anima, anche se la separazione è avvenuta in modo definitivo, come nel passaggio dal mondo della menzogna a quello che Giovanni Verga ha definito "mondo della verità".
Ciò è ancora più vero se chi si è allontanato da noi è vissuto cercando, e spesso trovando, la verità in questo mondo in cui predomina la falsità; e sono convinto che Endrigo la verità la abbia testimoniata nelle sue canzoni, e molto probabilmente anche nella vita.