Benvenuti. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta ne è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio e stabilire se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede definire l'origine di un proverbio o di un aforisma quanto piuttosto risalire alle motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l'uso più o meno frequente.

Della mia passione e delle mie ricerche sull'argomento e non solo su questo, cercherò di scrivere e divagare ringraziando anticipatamente quanti vorranno interagire e offrire spunti per sviluppare il tema col proprio personale e gradito contributo.

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lunedì 22 dicembre 2008

Lontano dagli occhi, ma non lontano dal cuore.

Il tema della lontananza è presente non solo nei proverbi, ma in tutte le forme di espressione, dai film alle canzoni.
A volte la nostalgia deriva dalla lontananza dai luoghi:

"Lontan da te non se po' sta'" (riferito a Napoli),

più spesso dalle persone amate.

"Lontano dagli occhi" è una delle canzoni più conosciute di Sergio Endrigo:

"Per uno che torna e ti porta una rosa
mille si sono scordati di te"

Predominerebbe quindi l'oblio sul ricordo, almeno quantitativamente, ma "quell'uno" che non si scorda riscatta tutti gli smemorati.

Anche Modugno si è cimentato col tema della lontananza, che "spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi".
Ma Endrigo non ha dedicato al tema dell'assenza una sola canzone:

"La tua assenza riempie i miei giorni di te" (canzone La tua assenza).

"La solitudine che tu mi hai regalato, io la coltivo come un fiore" (Canzone per te).

"Il mio pensiero ti seguirà sarò con te, ovunque sei, dove andrai" (Adesso si).

Quanto diverso è l'approccio al tema della sepaeazione rispetto alla tendenza dominante nella canzone italiana, secondo la quale il distacco dalla persona amata provocherebbe l'annientamento fisico e morale dell'amante. Alcuni esempi:

" ... di questa vita che mai, mai e poi mai potrà continuare se
mi allontani da te"

"Se tu non fossi qui, se tu non fossi qui
povero me!
Sarei una cosa morta, una candela spenta, un uomo inutile" (credo sia di Peppino Gagliardi.
Bella canzone, d'accordo, ma che lagna!

La distanza, in Endrigo, viene vissuta, si con melanconia, ma senza disperazione.
Forse pochi hanno colto elementi di ottimismo nelle canzoni di Endrigo, ma sono convinto che egli abbia efficacemente espresso che ciò che è avvenuto non è avvenuto invano, e che l'assenza e la distanza non derivano tanto dallo spazio e dal tempo che separano, ma principalmente da uno stato d'animo; si può essere cioè vicini con la mente e con l'anima, anche se la separazione è avvenuta in modo definitivo, come nel passaggio dal mondo della menzogna a quello che Giovanni Verga ha definito "mondo della verità".
Ciò è ancora più vero se chi si è allontanato da noi è vissuto cercando, e spesso trovando, la verità in questo mondo in cui predomina la falsità; e sono convinto che Endrigo la verità la abbia testimoniata nelle sue canzoni, e molto probabilmente anche nella vita.

4 commenti:

  1. I temi della lontananza e della pena d’amore sono sempre stati molto presenti nella poesia e nella canzone d'autore. Penso però che questa mia affermazione (piuttosto scontata) risulti e... risalti in tutta la sua forza quando si esamini il mondo poetico di Endrigo. Considero infatti le canzoni del Nostro creazioni di un poeta, non di un semplice canzonettista, poiché è segno distintivo del poeta trattare i propri temi con un misto di coinvolgimento e di distacco.
    Ci sono tanti “melokiller” che davvero uccidono i versi e la musica, trattando pena d’amore e lontananza in modo retorico, mieloso ed alla fine, decisamente irritante.
    Invece in Endrigo leggiamo/sentiamo (è solo uno dei tanti esempi): “Il nostro amore era l’invidia di chi è solo/ era il mio orgoglio la tua allegria” (“Canzone per te”). Qui e come sempre, versi e cantato sono porti in modo semplice ed essenziale, senza effettismi che spesso evidenziano non talento o virtuosismo del cantante bensì banale esibizionismo.
    Anche per questo penso che il complesso verso-melodia delle canzoni del Nostro possa essere (nella sua essenzialità) una fortuna per chi dovesse riproporre molto del suo repertorio.
    Il che potrebbe farsi con un accompagnamento blues; del resto, credo che esista forte affinità tra quel mondo e quello di Endrigo. Entrambi cantano l’amore e la lontananza con sofferenza e… dignità, rifuggendo così dal sentimentalismo.
    Peraltro, come diceva la scrittrice americana Flannery O’ Connor nel “Territorio del Diavolo”: “Il sentimentalismo è una deformazione del sentimento.” E penso che questo concetto si applichi perfettamente al mondo poetico di Endrigo; ad Endrigo, infatti, interessava rappresentare la realtà così com'era.

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  2. caro Nino, qualcosa nel tuo post suggerisce l'idea che tu sia un estimatore di Endrigo e quindi ne deduco, della poesia.
    Endrigo era un cantautore e come ogni autore che si rispetti, metteva nelle sue composizioni qualcosa di suo, legato alle circostanze della sua vita, ai suoi ideali e alle sue frequentazioni. Per comprendere il suo cantare la nostalgia,la melanconia, la lontananza, penso sia utile ricordare che Endrigo amava il Brasile e lo frequentava assiduamente considerandolo sua seconda patria. Dalla filosofia di vita dei brasiliani aveva assorbito e fatta sua la saudade, termine difficilmente traducibile che lui spiegava così: " ..non è la semplice nostalgia. E' il provare una grande felicità per una cosa, sapendo che presto quella cosa finirà". La saudade diviene così una chiave di lettura delle sue composizioni, ma non la sola. Era infatti legato da profonda amicizia con grandi della musica come Toquinho e Bacalov e soprattutto con grandi poeti come Vinicius de Moraes e Giuseppe Ungaretti e certe frequentazioni lasciano il segno. A suggello di questa amicizia, con tutti loro curò e incise nel 1969 l'album La vita, Amico, è l'Arte dell'Incontro. La mancata pubblicazione, poi concessa e mai seriamente divulgata, fu una delle tante porte sbattute in faccia all'Autore. Un'altra significativa fu il rifiuto degli editori italiani di pubblicare nel 1995 il suo romanzo-denuncia Quanto mi dai se mi sparo, "Una satira sul mondo della musica, dove i discografici sono «mercanti di carne umana» e i giornalisti marchettari". Un editore svizzero ne stampò poche centinaia di copie, ma in Italia non se ne parlò. Ritengo che nell'ultima frase del post in cui si fa riferimento a una verità "testimoniata nelle sue canzoni, e molto probabilmente anche nella vita", si possa eliminare la parola 'probabilmente'. Il problema semmai, lo ebbe nel raccontare la sua verità. Endrigo era dichiaratamente uomo di sinistra, ma in seguito ad una storica litigata con Curzio Maltese, attribuiva a lui un veto che gli impedì per anni di raccontarsi sui media e furono le case discografiche a non favorire la pubblicazione del libro. Le sue verità, le sue denunce erano scomode. Dopo dieci anni una casa editrice semisconosciuta "Stampa Alternativa" ha pubblicato in Italia il suo libro quasi casualmente giunto all'attenzione di pochi recensori. Internet tramite il notissimo Salvatore Genna e i suo sito 'I miserabili' lo ha promosso e divulgato inserendolo tra i migliori libri del 2004.
    Gianni Minà lo definì "Una metafora azzeccata e pungente,un tentativo non banale di raccontare le miserie artistiche attuali della canzone italiana,la sua maleducazione dovuta ad un’orda barbarica di note imposte dalle multinazionali del disco... Con la sua capacità di sintesi, l’Endrigo scrittore è geniale."
    Grazie a una petizione dei fans finalmente è stato rimasterizzato e pubblicato nel 2005 (etichetta Warner) anche lo storico Album del '69. Oggi si può affermare che Endrigo ha avuto la sua rivincita, ma nella sua saudade c'è anche la cicatrice di questi e altri fatti misconosciuti della sua vita.
    Con riferimento all'intervento di Riccardo, ammetto che l'idea del blues è intrigante, ma Endrigo, quando ha potuto, ha usato il suo blues: il Samba, la musica della saudade. Ecco come ne parla nei versi di Samba delle benedizioni composto con De Moraes e Baden Powell.

    Meglio essere allegro che esser triste
    Allegria è la miglior cosa che esiste
    E' così come un sole dentro il cuore
    Ma se vuoi dare a un samba la bellezza
    Hai bisogno di un poco di tristezza

    Perché il samba è venuto da Bahia
    E se è bianco di pelle in poesia
    E' negro nell'anima e nel cuore
    .

    Endrigo tuttavia non disdegnava gli esperimenti ed esiste una versione di questo pezzo arrangiata in compagnia, tra gli altri, di personaggi come Black Eyed Peas, Stevie Wonder, Justin Timberlake.

    Un caro saluto.
    Ghost

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  3. Fa uno strano effetto leggere tutte queste notizie sul cantautore Sergio Endrigo, per me è una vera scoperta e confesso mi commuove un po', forse perchè mi rimanda indietro nel tempo, quando la musica si ascoltava alla radio o sul giradischi o nei vari "Sanremo" in versione bianco e nero!
    Mi capita, se sento cantare qualche fans nostalgico della canzone di Endrigo, di canticchiare insieme a lui qualche motivo imparato da bambina, attraverso la voce(molto bella, beata lei!)di mia madre, mentre cucinava, cuciva o lavorava a maglia nelle ore libere dal lavoro fuori casa.
    Non conoscevo tutte queste notizie riguardo alla sua vita così fortemente ostacolata e ora forse, capisco perchè celava col canto tanta melanconia e il suo sguardo spesso era velato di "saudade"!
    Ma basta così...diversamente qualcuno(scherzo!) pensa che sono la solita sentimentalista!
    Ciao ciao!

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  4. Stamattina ho scritto un nuovo post nel mio blog, anche grazie al tuo commento...
    Il tempo per me è come un gambero, così riflettevo sul fatto che l'Amore come l'Arte e come tutte le grandi passioni muove e alimenta le nostre Emozioni e di conseguenza non possono finire anche quando per varie circostanze, sono costrette a vivere momentaneamente lontane dai nostri occhi.
    Le Emozioni hanno radici molto profonde e arrivano fino al cuore, forse per questo vivono dentro di noi sempre e crescono testardi e belli come i fiori!

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