Il proverbio "cosa nostra". Ovvero: il proverbio interdetto. Ovvero: caccia al proverbio.
Non si tratta di un proverbio ad uso e consumo esclusivo degli adepti e dei simpatizzanti della malfamata associazione mafiosa, ma più modestamente di una strizzatina d'occhio data dallo scrittore Leonardo Sciascia (1) ai suoi corregionali maschi lettori, facenti parte della tribù dei "focosi masculi siculi e sicani".
Con "cosa nostra" si intende qui solo l'appartenenza a tale consolidata tribù, di "nuautri", insomma.
Il senso di appartenenza, la divertita (?) complicità instaurata con l'altrettanto divertito (?) consapevole lettore, viene introdotto da un narratore, manco a dirlo, siciliano:
"Queste lettere di Voltaire, uno leggendole pensa a quel nostro (leggi siciliano) proverbio che dice la sconoscenza del parentado (corsivo mio) che in una certa condizione (corsivo mio), in certe circostanze, una parte del nostro corpo (corsivo mio), spietatamente afferma"
"e spiegò agli altri che erano lettere che Voltaire aveva scritto a sua nipote. Sua eccellenza Lumia disse chiaro e tondo il proverbio (ma Sciascia no), il barone precisò che lo stesso termine, che nel proverbio indicava la condizione che veniva a travolgere le barriere del parentado, Voltaire usava, è in italiano"
Il proverbio interdetto dallo scrittore viene però suggerito con l'uso di perifrasi che lo rendono facilmente identificabile dai lettori più avveduti.
Per dare un piccolo aiuto, in questa poco entusiasmante caccia al proverbio, dico che è presente nel mio sito:
http://www.proverbiescrittori.it/
e, con piccole varianti, in uno dei due romanzi più noti di Gavino Ledda:
in Padre padrone (?)
o in Lingua di falce (?).
Ai contemporanei l'ardua ricerca.
(1) Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, capitolo XVI











