Benvenuti. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta ne è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio e stabilire se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede definire l'origine di un proverbio o di un aforisma quanto piuttosto risalire alle motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l'uso più o meno frequente.

Della mia passione e delle mie ricerche sull'argomento e non solo su questo, cercherò di scrivere e divagare ringraziando anticipatamente quanti vorranno interagire e offrire spunti per sviluppare il tema col proprio personale e gradito contributo.

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venerdì 15 giugno 2007

Il Dialetto restringe la vita?

Lo scrittore Alberto Savinio nel suo libro “Ascolto il tuo cuore, città” dedicato alla città di Milano, dedica due paginette incandescenti contro l’uso e l’abuso dei dialetti:
“Il dialetto restringe la vita, la rimpicciolisce, la puerizza”
E a sostegno della sua tesi chiama in causa il grande critico letterario Francesco De Sanctis: “Con lo scemare della coltura prevalsero i dialetti” …
Ancora Savinio:
“Il dialetto è una delle espressioni più dirette dell’egoismo familiare, di quel "familismo" che è origine di tutto il male, di tutte le miserie che deturpano l’umanità” …
Inesorabile:
“Chi parla in dialetto vede uomini e cose in formato ridotto”
Incontentabile:
“Pure, la costoro lingua (dei veneziani, bontà sua non lo chiama dialetto) … fa pensare ad un pasto senza pane”

Ma hanno davvero sbagliato quei critici letterari che hanno fatto assurgere due poeti dialettali, il Porta ed il Belli, a grandi della letteratura italiana?
Sono davvero così puerili le commedie “Liolà”, “Il berretto a sonagli” “Pensaci Giacomino” pubblicate e rappresentate parecchie volte, originariamente in dialetto siciliano? E cosa ha spinto lo stesso Pirandello a tradurre in siciliano la commedia “La giara”, prima pubblicata in lingua italiana? E per quale bizzarria la Compagnia del Teatro Stabile di Catania ha rappresentato a Londra Liolà in dialetto siciliano, con l’indimenticato Turi Ferro protagonista?

E’ davvero un uomo in formato ridotto Turiddu Carnevale, “picciottu socialista” cantato dal poeta dialettale siciliano (scusate la monotonia) Ignazio Buttitta, nella struggente poesia “Lamentu in morti di Turiddu Carnevale” che richiama, e non in tono minore, la famosa poesia di Garcia Lorca “Alle cinque della sera”?

Dopo tante domande retoriche una poesia dello stesso Buttitta a difesa del dialetto: da "Io faccio il poeta", Milano, Feltrinelli, 1972

Un populu Un popolo
mittitulu a catina mettetelo in catene
attuppatici a vucca, tappategli la bocca,
è ancora libiru , è ancora libero,

Livatici u travagghiu Toglietegli il lavoro
u passaportu il passaporto
a tavula unni mancia la tavola dove mangia
u lettu unni dormi, il letto dove dorme,
è ancora riccu è ancora ricco

Un populu Un popolo
diventa poviru e servu diventa povero e servo,
quannu ci arrobbanu a lingua quando gli rubano la lingua
addutata di patri: avuta in dote dai padri:
è persu pi sempri. è perso per sempre.

Lingua e dialetto nella letteratura

A mio parere non si deve considerare tutto ciò che viene espresso in lingua italiana come cultura alta e ciò che viene espresso nei vari dialetti d’Italia come cultura bassa, ma la validità artistica e culturale di uno scritto, di un film o di una canzone, si deve giudicare in base alle caratteristiche formali e di contenuto.
A parte gli argomenti scientifici, che difficilmente troverebbero una piena esplicazione nei dialetti, tutto ciò che concerne la narrativa ( in particolare i racconti), la poesia, la filosofia e tutto ciò che comprende le cosiddette scienze umane, può benissimo essere espresso sia in lingua che in dialetto.
A volte i risultati migliori sono stati ottenuti con un sapiente dosaggio di lingua e dialetto nella stessa composizione artistica. L’esempio più calzante a quanto detto è rappresentato dal film “La terra trema” di Luchino Visconti, ispirato ai Malavoglia di Verga, ma attualizzato all’Acitrezza degli ultimi anni quaranta, con protagonisti assoluti i pescatori del piccolo comune marinaro. I dialoghi, interamente in stretto dialetto catanese sono accompagnati dalla voce esplicativa fuori campo in lingua italiana: viene raggiunto simultaneamente lo scopo di una verosimiglianza assoluta delle vicende narrate con una soddisfacente comprensione da parte di chi non conosce il dialetto siciliano.
Nel romanzo “Il bell’Antonio” di Vitaliano Brancati i dialoghi sono spesso trascritti in dialetto catanese e tradotti, riuscendo così a contemperare l’effetto del “colore locale” con la piena comprensione del testo. Dello stesso autore nel “Don Giovanni in Sicilia” sono riprodotti alcuni modi di dire, tipicamente catanesi, direttamente tradotti in lingua, ad esempio:

“Armarci la farsa”
“Essere presi dalla bomba”

Alcuni autori sardi, come Gavino Ledda in “Padre padrone” e “Lingua di Falce” e Giovanni Firinu in “La stagione del fango” hanno seguito un procedimento simile, avendo anche Ledda avuto l’accortezza di inserire un glossario esplicativo a fine libro. Salvatore Niffoi, altro scrittore sardo, ha utilizzato un linguaggio fortemente impregnato di dialettismi molto locali, raggiungendo una notevole efficacia espressiva; unica pecca quella di non aver inserito un glossario esplicativo alla fine dei suoi romanzi, come invece ha fatto Gavino Ledda.
Ritornando agli scrittori siciliani, grande fortuna hanno avuto, ed hanno ancora, i libri di Andrea Camilleri, nei quali viene adoperata una lingua frammista ad elementi dialettali alquanto “arrotondati” per poter essere comprensibili da tutti.

Brani Musicali