Benvenuti. Non esistono quasi limiti di tempo e di spazio nella dimensione dei proverbi, tanto vasta ne è la diffusione nel tempo e nello spazio. Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale come in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio e stabilire se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Anche la linea di demarcazione tra proverbi, detti, motti, sentenze, aforismi, è assai sottile e forse non è così importante come si crede definire l'origine di un proverbio o di un aforisma quanto piuttosto risalire alle motivazioni che ne hanno determinato sia la nascita che l'uso più o meno frequente.
Della mia passione e delle mie ricerche sull'argomento e non solo su questo, cercherò di scrivere e divagare ringraziando anticipatamente quanti vorranno interagire e offrire spunti per sviluppare il tema col proprio personale e gradito contributo.
I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura
venerdì 13 febbraio 2009
La spina che non ti punge è morbida come seta
Non di rado si sente dire "Io mi sarei comportato diversamente" , ma quasi sempre non si è mai vissuta l'esperienza della quale è vittima chi è fatto oggetto delle nostre pretestuose e presuntuose lezioni di etica.
lunedì 22 dicembre 2008
Lontano dagli occhi, ma non lontano dal cuore.
A volte la nostalgia deriva dalla lontananza dai luoghi:
"Lontan da te non se po' sta'" (riferito a Napoli),
più spesso dalle persone amate.
"Lontano dagli occhi" è una delle canzoni più conosciute di Sergio Endrigo:
"Per uno che torna e ti porta una rosa
mille si sono scordati di te"
Predominerebbe quindi l'oblio sul ricordo, almeno quantitativamente, ma "quell'uno" che non si scorda riscatta tutti gli smemorati.
Anche Modugno si è cimentato col tema della lontananza, che "spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi".
Ma Endrigo non ha dedicato al tema dell'assenza una sola canzone:
"La tua assenza riempie i miei giorni di te" (canzone La tua assenza).
"La solitudine che tu mi hai regalato, io la coltivo come un fiore" (Canzone per te).
"Il mio pensiero ti seguirà sarò con te, ovunque sei, dove andrai" (Adesso si).
Quanto diverso è l'approccio al tema della sepaeazione rispetto alla tendenza dominante nella canzone italiana, secondo la quale il distacco dalla persona amata provocherebbe l'annientamento fisico e morale dell'amante. Alcuni esempi:
" ... di questa vita che mai, mai e poi mai potrà continuare se
mi allontani da te"
"Se tu non fossi qui, se tu non fossi qui
povero me!
Sarei una cosa morta, una candela spenta, un uomo inutile" (credo sia di Peppino Gagliardi.
Bella canzone, d'accordo, ma che lagna!
La distanza, in Endrigo, viene vissuta, si con melanconia, ma senza disperazione.
Forse pochi hanno colto elementi di ottimismo nelle canzoni di Endrigo, ma sono convinto che egli abbia efficacemente espresso che ciò che è avvenuto non è avvenuto invano, e che l'assenza e la distanza non derivano tanto dallo spazio e dal tempo che separano, ma principalmente da uno stato d'animo; si può essere cioè vicini con la mente e con l'anima, anche se la separazione è avvenuta in modo definitivo, come nel passaggio dal mondo della menzogna a quello che Giovanni Verga ha definito "mondo della verità".
Ciò è ancora più vero se chi si è allontanato da noi è vissuto cercando, e spesso trovando, la verità in questo mondo in cui predomina la falsità; e sono convinto che Endrigo la verità la abbia testimoniata nelle sue canzoni, e molto probabilmente anche nella vita.
mercoledì 25 giugno 2008
Il proverbio propedeutico
Quasi tutti i proverbi e i modi di dire, tranne alcuni che sono commenti dell'autore, sono pensati dal protagonista e svolgono una funzione che potrebbe definirsi propedeutica, in quanto aiutano l'investigatore a meglio inquadrare le vicende apparentemente insolubili.
Il proverbio quindi come esercizio mentale per meglio riflettere, come introduzione ad altri pensieri più articolati.
- Buttare fumo negli occhi.
- Cavare un ragno dal buco
- Chi prima arriva meglio alloggia.
In Inghilterra - First come, first served.
- Chi va piano va sano e va lontano.
- Chi va via perde il posto all'osteria.
- Della vittoria tutti si arrogano i meriti, nella sconfitta a uno solo vengono imputati gli insuccessi
citazione liberamente tratta da "Vita di Agricola" di Tacito:
Iniquissima haec bellorum condicio est: prospera omnes sibi vindicant, adversa uni imputantur.
- Fare buon viso a cattiva sorte.
- La notte porta consiglio.
- Il tempo rimedia a tutto.
- Le disgrazie non vengono mai sole.
- Tentar non nuoce.
- Tirare i remi in barca.
(1) Marco Polillo, Testimone invisibile, Euroclub 1998
(prima edizione Casale Monferrato, Edizioni Piemme, 1997).
mercoledì 21 maggio 2008
Il proverbio "cosa nostra". Ovvero: il proverbio interdetto. Ovvero: caccia al proverbio.
Con "cosa nostra" si intende qui solo l'appartenenza a tale consolidata tribù, di "nuautri", insomma.
Il senso di appartenenza, la divertita (?) complicità instaurata con l'altrettanto divertito (?) consapevole lettore, viene introdotto da un narratore, manco a dirlo, siciliano:
"Queste lettere di Voltaire, uno leggendole pensa a quel nostro (leggi siciliano) proverbio che dice la sconoscenza del parentado (corsivo mio) che in una certa condizione (corsivo mio), in certe circostanze, una parte del nostro corpo (corsivo mio), spietatamente afferma"
"e spiegò agli altri che erano lettere che Voltaire aveva scritto a sua nipote. Sua eccellenza Lumia disse chiaro e tondo il proverbio (ma Sciascia no), il barone precisò che lo stesso termine, che nel proverbio indicava la condizione che veniva a travolgere le barriere del parentado, Voltaire usava, è in italiano"
Il proverbio interdetto dallo scrittore viene però suggerito con l'uso di perifrasi che lo rendono facilmente identificabile dai lettori più avveduti.
Per dare un piccolo aiuto, in questa poco entusiasmante caccia al proverbio, dico che è presente nel mio sito:
http://www.proverbiescrittori.it/
e, con piccole varianti, in uno dei due romanzi più noti di Gavino Ledda:
in Padre padrone (?)
o in Lingua di falce (?).
Ai contemporanei l'ardua ricerca.
(1) Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, capitolo XVI
Il proverbio detto per "non dire"
In uno dei suoi romanzi, lo scrittore Giorgio Todde (1) ci presenta il capitano dei carabinieri Pescetto alle prese con due presunti testimoni da lui convocati. Costoro, anziché ricorrere alla collaudata strategia del silenzio, straparlano usando una valanga di proverbi, ad indicare che non avrebbero riferito nulla, anche se fossero stati a conoscenza di elementi utili alle indagini.
Lo sproloquio sostituisce il silenzio, il dire per non dire e per sottolineare che nulla si direbbe anche se si sapesse.
"Chi fa trenta non è detto che faccia trentuno"
"Non tutto può essere detto"
"Cosa di uno è cosa di nessuno, cosa di tre di tutto il mondo è"
"Ognuno rende conto della propria bisaccia"
"Chi non sa tacere non sa godere"
"Chi cerca le corna d'altri trova le proprie"
"La cosa cotta non ritorna cruda"
"Se ti feriscono le vacche, una ragione c'è"
"I balli di carnevale si piangono in quaresima"
"Chi male pensa peggio fa"
Il capitano Pescetto cade nel tranello tesogli e si lascia sfuggire anch'egli un proverbio:
"La giustizia acchiappa la lepre anche con il carro lento!"
I due interrogati continuano a sciorinare proverbi in risposta alle domande del capitano, incoraggiati dalla sua incauta compartecipazione.
"Rispettiamo i morti ma temiamo i vivi"
"Può accadere che anche l'erba fresca bruci"
"Chi non fa domande non sente bugie"
(1) Giorgio Todde, Lo stato delle anime, Nuoro, Il Maestrale, 2002
(Frassinelli, 2001)
capitolo 13 - pagg. 107-108-109
lunedì 7 aprile 2008
Meglio un morto in casa che un marchigiano fuori dalla porta.
Vicini o lontani che siano gli abitanti di altre nazioni, regioni, province, o addirittura località confinanti, forniscono spesso occasione, quasi sempre pretestuosa, di dileggio.
Questo aspetto si estende ben oltre il puro e semplice proverbio, coinvolge modi di dire che si diffondono in misura proporzionale alla gravità dell'ingiuria.
Qualche volta i proverbi sottolineano aspetti positivi, ma si tratta veramente di rarità, come mosche bianche.
Piemontesi falsi e cortesi
Il medico di Valenza, lunghe falde e poca scienza
La Spagna è una spugna
Uomo di Spagna ti fa sempre qualche magagna
Bando bolognese, dura trenta giorni meno un mese
Corsica, morsica
Genova, prende e non rende
Gente di confini o ladri o assassini
In Italia troppe feste, troppe teste, troppe tempeste
Napoletano largo di bocca e stretto di mano
Alcuni proverbi in lode:
La Lombardia è il giardino del mondo
Chi volta il culo a Milan lo volta al pan
Non per tutti i proverbi è possibile risalire alle origini che ne hanno determinato la nascita e i motivi della maggiore o minore diffusione nel tempo e nello spazio.
Del proverbio del titolo ho trovato una spiegazione convincente nella rete:
I marchigiani costituivano la numerosa schiera di esattori dello Stato della Chiesa, e quindi qualsiasi individuo in odore di "marchigianità" veniva sfuggito più della peste. Figuriamoci averlo fuori dalla porta per reclamare la riscossione di imposte alquanto esose.
Fuori dal periodo storico in cui è nato questo malevolo detto non ha più motivo di esistere, quindi se è lecito conservarne la memoria in quanto rispecchia un momento storico ben definito,
del tutto inappropriato sarebbe riproporlo al giorno d'oggi; ci troveremmo di fronte, se non proprio ad un abuso, ad un vero e proprio cattivo gusto.
Sono ben altri gli esosi esattori e ben altri i metodi di riscossione applicati al giorno d'oggi.
A tale proposito mi viene in mente una veloce barzelletta che mi hanno raccontato alcuni giorni orsono.
- In un negozio:
"Fermi tutti! Questa è una rapina!"
"Meno male! Pensavo che fossero gli agenti delle tasse"
domenica 16 marzo 2008
L'uomo è cacciatore
Se l'uomo non dominava realmente sulla donna nemmeno quando questo predominio era codificato da leggi e da pesanti condizionamenti a sfavore delle donne, figuriamoci dopo che si è ottenuta una quasi parità formale, in seguito alla quale la supremazia della donna sull'uomo è divenuta ormai incontrastata.
Destava meraviglia il fatto che le giustificazioni sulla eccessiva intraprendenza sentimentale-amatoria dei maschi veniva spesso dalle donne, che infierivano sulle donne che venivano sedotte piuttosto che sul seduttore, forse per mettere in risalto le proprie qualità morali, legate principalmente alla propria verginità o fedeltà coniugale.
Il proverbio in oggetto, ad esempio, viene pronunciato due volte in Mastro don Gesualdo, da una donna, la baronessa Rubiera, per giustificare il proprio figlio seduttore, riversando tutta la responsabilità su Bianca Trao.
"L'uomo è cacciatore, si sa! ..." Parte prima cap II
L'aggiunta di "si sa!" tende a codificare come assioma la colpa esclusiva della donna.
Procedimento analogo nei Malavoglia (cap X, 137, in cui il proverbio viene enunciato da una donna, donna Rosolina, a giustificare l'insistente corteggiamento di don Michele nei confronti della più piccola delle sorelle "Malavoglia".
Credereste che in pieno Ottocento, invece, c'era un giorno interamente "consacrato" alla caccia dell'uomo da parte della donna, e ciò non avveniva a Stoccolma, ma nella ben poco svedese Catania?
Ne riferisce Giovanni Verga nella novella "La coda del diavolo":
"A Catania la quaresima vien senza carnevale; ma in compenso c'è la festa di Sant'Agata, - gran veglione di cui tutta la città è il teatro - nel quale le signore, ed anche le pedine, hanno il diritto di mascherarsi, sotto il pretesto d'intrigare amici e conoscenti ... senza che il marito abbia diritto di metterci la punta del naso. Questo si chiama il diritto di 'ntuppatedda.

A spiegare l'origine storica di tale usanza un saggio della Prof.ssa Carmelina Naselli (1894-1971): "Le donne nella festa di Sant'Agata a Catania, ossia Delle 'ntuppateddi" (1952).
Approfondendo il saggio della Naselli, il Prof. Carmelo Ciccia nel saggio "Il mondo popolare di Giovanni Verga ci fornisce una descrizione abbastanza dettagliata di tale usanza:
" ... 'intuppateddi (specie di chiocciole che hanno l'uscita tappata da un velo), traducibile in italiano con imbacuccate. Usanza per la quale le donne catanesi in occasione della festa di Sant'Agata (5 febbraio) si mascheravano lasciando visibile solo un occhio e andavano per le strade con facoltà di accompagnarsi in incognito a qualsiasi uomo gradito"
L'uomo da cacciatore a preda, con una sorprendente inversione dei ruoli.
Successivamente l'usanza, abbandonata a Catania, proseguì nel comune di Paternò, in occasione del Carnevale.
Molte presunte donne, si dice, erano in realtà omosex, provocando, a volte, una vera e propria "inversione" definitiva del malcapitato maschio cacciatore-cacciato.